Capitells corintis a la Província Tarraconense
| J. A. DOMINGO MAGAÑA, Capitells corintis a la Província Tarraconense (s. I-III d.C.), Tarragona 2005 |
Indice
Introduzione
Storia degli studi
Negli anni '30 si abbordò lo studio dei capitelli corinzi di ampie zone geografiche, con il tentativo di delinearne l'evoluzione stilistica e le differenze rispetto a quelli di altre regioni. Tra questi studi si citano quello di KÄHLER del 1939[1], quello di KAUTZSCH del 1936[2]. Un ulteriore avanzamento si ebbe negli anni '70, con gli scritti di HEILMEYER del 1970[3] e di PENSABENE del 1973[4] e a partire da questi si ebbero gli studi di DIAZ MARTOS nel 1985[5] e di GUTIERREZ BEHEMERID del 1992[6], che riguardarono i capitelli ispanici e la loro relazione con le produzioni di Roma. Altri studi di carattere più locale si sono avuti sulla parte nord-orientale della Spagna[7], in particolare su Clunia[8] e, fuori dalla provincia di Hispania Tarraconensis i lavori di MÁRQUEZ MORENO su Cordova[9] e di DE LA BARRERA ANTÓN su Mérida[10].
Evoluzione del capitello corinzio
Il capitello corinzio romano canonico, o normale fu elaborato a Roma con la costruzione del tempio di Marte Ultore nel foro di Augusto, inaugurato nel 2 a.C., che fu adottato nelle province occidentali e subì un evoluzione tra I e III secolo in seguito alla propagazione di modelli di più veloce produzione.
La Tarraconense annovera città che adottarono rapidamente il modello urbano del tempio di Marte Ultore e altre che rimasero più a lungo legate ai modelli tardo repubblicani e primo augustei del corinzio italico e del secondo triumvirato. In alcuni casi è testimoniata la presenza di maestranze provenienti dall'Italia, imitate dalle officine locali. Modelli per le altre città provinciali furono Tarragona e Cartagena, mentri altri centri erano presi a modello in un ambito geografico più ristretto, come Clunia e Segobriga. Nel III secolo alcuni centri mantennero la tradizione del capitello corinzio canonico romano, mentre in altri furono creati nuovi modelli locali, anche in relazione alla dislocazione lungo la costa o nell'interno.
La provincia ebbe contatti con altre regioni dell'impero, e in modo particolare con quelle della Gallia meridionale: questi contatti si spiegano anche con la circolazione delle medesime maestranze.
Metodo
Lo studio dei capitelli è stato affrontato attraverso un'analisi dettagliata dei suoi elementi costitutivi, che permettono di seguire con puntualità le modifiche durante l'evoluzione del modello.
Il periodo indagato è stato diviso in cinque fasi cronologiche: l'epoca augustea, l'epoca flavia e giulio-claudia, la prima e poi la seconda metà del II secolo, il III secolo. In ciascuna di queste fasi si introdussero nuovi elementi stilistici o nuove procedure di lavorazione, che a poco a poco condussero alla dissoluzione del modello originario.
Antedecedenti e formazione del capitello corinzio
Secondo l'esplicita testimonianza di Vitruvio, l'origine del capitello corinzio, inventato dallo scultore Callimaco, avrebbe avuto luogo a Corinto. Il tipico elemento decorativo di quest'ordine, la foglia d'acanto, è ampiamente documentata sulle lekythos e sulle stele attiche della fine del V secolo a.C. Con la medesima datazione è conosciuto un capitello decorato con volute a forma di S, ma ancora privo di foglie d'acanto, attestato ad Olimpia. Le foglie d'acanto compaiono ad accompagnare simili volute nella loro parte bassa nel primo capitello corinzio conosciuto, quello dell'interno della cella del tempio di Apollo a Bassae.
Queste saranno rese in forma più naturalistica, con cime incurvate e disposte in due corone di diversa altezza, nel tempio di Atena a Tegea, opera di Scopa, della metà del IV secolo, e ancora nel monumento di Lisicrate ad Atene (335-334 a.C.), con caulicoli e calici. Il capitello della tholos di Epidauro è ancora più vicino al successivo modello romano per la disposizione delle corone di foglie di acanto, di elici e volute e del fiore dell'abaco, sebbene manchino caulicoli e calici. Quest'elaborazione avvenne dunque tra il Peloponneso e l'Attica e Corinto potrebbe essere stata la fonte delle novità.
A Roma i primi capitelli corinzi documentati, in marmo greco, ma rifiniti probabilmente intagliati da officine locali, sono quelli del tempio di Ercole Vincitore al foro Boario, del II secolo a.C.
In pietra locale sono intagliati una serie di capitelli noti dal santuario della Fortuna Primigenia di Praeneste, dal tempio B di largo Argentina o dal tempio tetrastilo di Ostia antica, con foglie d'acanto aderenti al kalathos, fogliette dalle estremità appuntite e calici ad andamento verticale. Mancano esempi della prima metà del I secolo a.C., che corrisponde ad una diminuzione di nuove costruzioni per le turbolenze delle guerre civili e il tipo elaborato dalle officine urbane di Roma, svincolato dal suo originario modello greco, diventa a sua volta modello per le regioni conquistate.
Lo stile del secondo triumvirato (che si prolunga anche oltre il corrispondente periodo storico, fino al 20 a.C. circa) si caratterizza per la presenza di uno stelo desinente in rosetta nello spazio tra elici e volute e per foglie d'acanto fortemente schematiche, con fogliette dei lobi disposte simmetricamente, che si toccano con le punte senza sovrapporsi, dando origine a zone d'ombra circolari e triangolari in successione. Una disposizione asimmetrica delle fogliette, con la punta di quella del lobo inferiore che tocca a metà il bordo di quella del lobo soprastante, darà invece origine in seguito a zone d'ombra a goccia inclinate.
Tra gli edifici pubblici di Roma in questo periodo, la basilica Giulia, completata dopo la morte di Cesare da Augusto, il tempio di Apollo Palatino (28 a.C.), che conserva alcune caratteristiche arcaiche legate al modello greco, e la fase sosiana del tempio di Apollo in Circo (datata al 34 a.C.). I capitelli corinzi erano realizzati in marmo, materiale al quale gli scalpellini romani erano ancora poco abituati, cosa che potrebbe spiegare lo schematismo delle forme.
Il passaggio ad un maggiore naturalismo, che ebbe il suo culmine con la creazione del tipo canonico romano nel tempio di Marte Ultore, è in rapporto con un nuovo apporto dalla Grecia, permeata all'epoca di Augusto dalla corrente stilistica neoattica e dal recupero del gusto di epoca classica. Cronologicamente a metà strada tra i capitelli secondo-triumvirali e il nuovo modello del foro di Augusto sono i capitelli della fase augustea del tempio di Apollo in Circo (13 a.C.).
Il passaggio ad una rappresentazione più naturalistica avvenne a Roma attraverso l'abbandono della schematismo proprio degli esemplari del secondo triumvirato, evidenziato dall'accorciamento delle fogliette e dalla trasformazione della forma delle zone d'ombra e del contatto tra le fogliette, che da simmetrico diviene asimmetrico. Già nel tempio di Apollo in Circo le fogliette si accorciano e le zone d'ombra assumo forma a goccia anziché circolare. Parallelamente la resa delle foglie, più distaccate dal corpo del kalathos e con incisioni tra le nervature più approfondite, assume forme maggiormente plastiche.
Nel foro di Augusto il contatto tra le fogliette diviene asimmetrico e le zone d'ombra assumono forma a goccia allargata e inclinata, arrotondata solo nella parte inferiore. Nella prima corona è la foglietta del lobo superiore che si sovrappone a quella del lobo inferiore, mentre nella seconda corona questo rapporto è invertito.
Il corinzio sarà in seguito l'ordine architettonico maggiormente utilizzato nell'architettura romana, in collegamento al significato propagandistico attribuito al fogliame d'acanto, simbolo della fecondità e prosperità dell'età dell'oro e ampiamente dispiegato sull'Ara Pacis.
I capitelli tarraconensi
Età augustea
A Tarragona si conservano dodici esemplari di capitelli corinzi databili all'età augustea, oltre il precedente dell'arco di Berà. La maggior parte di essi proviene dal teatro, mentre di altri si ignora la provenienza. Da questi esemplari, nessuno dei quali aderisce pienamente al modello canonico romano del foro di Augusto, risulta chiaro che gli scalpellini locali, abituati a lavorare nella tradizione secondo-triumvirale, non abbandonarono senza difficoltà le proprie consuetudini.
L'introduzione del contatto asimmettrico tra le fogliette permette tuttavia in alcuni esemplari una rappresentazione maggiormente naturalistica, nonostante il rilievo poco accentuato: doveva infatti essere più semplice per gli scalpellini adattarsi ad un disegno differente, piuttosto che arrivare ad una resa più volumetrica distaccando maggiormente la foglia dal kalathos. Nonostante questo, tuttavia, la rosetta tra elici e volute, tipica dei capitelli secondo-triumvirali, non viene abbandonata.
| Capitelli corinzi di colonna in pietra locale dal teatro di Tarragona (epoca augustea). Museo archeologico nazionale di Tarragona (MNAT) | ||
I capitelli provenienti dal teatro sono datati nella media o tarda età augustea. Il primo presenta foglie d'acanto dalla resa schematica e piatta, in cui predomina il contatto simmetrico tra le fogliette. Nel secondo compare già il contatto asimmetrico, con zone d'ombra a goccia, ancora piuttosto tondeggianti, stilizzazione del modello osservato a Roma nel tempio di Marte Ultore; è presente inoltre una resa più plastica con solchi tra le nervature più approfonditi. Il terzo capitello è quello più avanzato tra quelli della città di Tarraco di epoca augustea: predomina il contatto asimmetrico, con zone d'ombra a goccia e le foglie si staccano maggiormente dal kalathos, con solcature più profonde tra le nervature. Nella struttura generale questi capitelli conservano comunque un certo schematismo e molti di essi mantengono la rosetta secondo-triumvirale nello spazio tra elici e volute.
Ancora a Tarragona, il capitello dell'arco di Berà, dedicato tra il 15 e il 5 a.C. si trova a metà strada tra la tradizione secondo-triumvirale, con foglie d'acanto ancora schematiche e appiattie e la rosetta tra elici e volute, ma già con contatto asimmetrico tra le fogliette dei lobi, con zone d'ombra a goccia di forma allungata.
Tra le altre città provinciali, a Barcino (Barcellona) le officine mantennero fino praticamente all'inizio dell'età giulio-claudia le tradizioni del corinzio italico, mentre quelle di Sagunto adottarono il contatto asimmetrico già in piena epoca augustea, ma con forma ancora stilizzata e appuntita delle fogliette.
Nel teatro di Cartagena, edificato tra il 5 e l'1 a.C., i capitelli vennero realizzati in marmo lunense[11] da un'officina italica in collaborazione con una locale, che ne imitava le realizzazioni[12]. Come per il teatro di Mérida gli artigiani più esperti facevano da maestri a quelli più giovani[13]. Sebbene i capitelli riprendano da vicino il modello del foro di Augusto, continua tuttavia ad essere presente, malgrado lo spazio ridotto, la rosetta tra elici e volute, che deborda sull'abaco.
Nell'interno della provincia (Cesaraugusta o Saragozza, teatro di Bílbilis, foro di Segobriga) sono presenti le medesime dinamiche già osservate nella capitale, con convivenza di acanto a contatto simmetrico e asimmetrico e conservazione in alcuni casi della rosetta tra elici e volute; le foglie d'acanto hanno fogliette allargate e appuntite. Nel teatro di Bilbilis, come in alcuni esemplari di quello di Tarragona, compare a sottolineare il bordo inferiore della zona d'ombra a goccia un orlo reso da tre linee incise: tale elemento non si ritroverà più in seguito. Nel foro di Segobriga, i capitelli, contemporanei a quelli dell'arco di Berà, presentano la rosetta tra elici e volute e contemporaneamente contatto asimmetrico tra le fogliette, ma con forme piuttosto schematiche e irrigidite, nonostante l'approfondimento dei solchi tra le nervature.
A Cordova si conservano scarsi capitelli di quest'epoca, mentre a Mérida, per l'epoca augustea, si conservano i capitelli in granito stuccati dal tempio di Diana, con contatto asimmetrico tra le fogliette.
La Cisalpina aveva rapidamente adottato il disegno della foglia d'acanto con contatto asimmetrico già negli anni 30-25 a.C., prima ancora della realizzazione della fase augustea del tempio di Apollo in Circo, forse in seguito a influssi provenienti dall'Asia Minore, dove c'era una più consolidata abitudine a scolpire il marmo[14]. Nella Gallia meridionale il contatto asimmetrico delle fogliette comparve invece intorno al 20-10 a.C. e al volgere del secolo, una decina di anni dopo era già il modello più diffuso.
Età giulio-claudia e flavia
Il modello urbano a cui l'autore fa riferimento è rappresentato dai capitelli della basilica Emilia, appartenenti alla sua fase del 22 d.C.
Si prendono in esame i seguenti fattori:
- forma e inclinazione delle zone d'ombra: la tendenza è verso zone d'ombra a goccia ad andamento verticale e con bordo inferiore rettilineo;
- sovrapposizione delle fogliette: sono presenti una moda "augustea", con la foglietta del lobo superiore che si sovrappone a quella del lobo inferiore, e una moda "giulio-claudia", con una sovrapposizione in senso inverso;
- resa delle fogliette: la tendenza è quella di avere fogliette piane nei capitelli in pietra locale e fogliette a sezione concava nei capitelli in marmo;
- inclinazione dei caulicoli: la tendenza è quella di passare da caulicoli inclinati a caulicoli ad andamento verticale;
- orlo dei caulicoli: si tende a passare da un orlo convesso liscio o ad anelli a orli con motivi a corda o di perline o ancora decorati con corone di sepali; è comunque presente una grande varietà di motivi;
- calicetto (sopra la foglia centrale della seconda corona): da un piccolo calice a due sepali lisci di profilo, si passa ad una piccola foglia liscia disposta frontalmente e in alcuni casi ad un piccolo calice con sepali frastagliati;
- presenza del sommoscapo intagliato insieme al capitello e/o capitelli intagliati in due blocchi: tendenza all'abbandono di queste caratteristiche.
Si prendono in esame i capitelli di Tarragona e delle altre due capitali di conventus della provincia, Cartagena e Clunia (Burgos), delle altre città della provincia, delle altre province ispaniche (Baetica con Cordova e Lusitana con Mérida) e ancora della Gallia e dell'Italia.
Nelle conclusioni viene attribuita particolare importanza all'arrivo di officine imperiali: già in epoca augustea aveva avuto influenza sull'evoluzione delle officine locali l'arrivo di maestranze dall'Italia che avevano collaborato all'arco di Berà per Tarragona e le maestranze ugualmente provenienti dall'Italia che lavorarono al teatro di Cartagena, e che ispirarono alle officine locali l'adozione di un modello di foglia d'acanto più naturalistico.
Frammento di capitello corinzio di pilastro attribuito al tempio di Augusto e datato in epoca tiberiana[15] |
Frammenti di capitelli dal teatro di Clunia[16] |
Frammenti di capitelli dalla basilica civile di Clunia[17] |
In epoca giulio-claudia la decorazione del tempio dedicato ad Augusto, edificato sotto Tiberio a Tarragona, a cui partecipa un'officina imperiale, composta l'adozione dell'uso del marmo e di forme più naturalistiche, con contatto asimmetrico tra le fogliette e caulicoli e calici più potenti, come si riscontra nei capitelli della basilica nel foro municipale. In epoca flavia a Tarragona arrivò ancora un'officina imperiale per la decorazione del nuovo foro provinciale e su sua influenza le officine locali iniziarono ad adottare zone d'ombra verticali.
Le novità giunte a Tarragona passarono quindi alle altre città della provincia: a Clunia un'officina di ambito provinciale lavorò alla decorazione giulio-claudia del teatro e il suo influsso si manifestò nell'adozione di forme più naturalistiche da parte delle officine locali che lavorarono alla basilica civile e che fino a quel momento avevano seguito modelli augustei.
L'adozione dei principali elementi dell'evoluzione stilistica dei capitelli urbani avvenne più precocemente nelle principali città della provincia, così come avviene anche nelle altre province ispaniche, mentre i centri minori seguirono con maggiore ritardo e in alcuni casi con veri e propri attardamenti (a Belo Claudia, in piena epoca giulio-claudia le officine locali seguivano ancora il modello del corinzio italico, privo di caulicoli e calici[18]).
Prima metà del II secolo
Il modello individuato a Roma per quest'epoca è costituito dai capitelli del Foro di Traiano, del Pantheon e della Villa Adriana a Tivoli. La tendenza generale è un passaggio, già iniziato in epoca flavia, a forme meno naturalistiche e ad un lavoro più schematico e quindi più rapido. La foglia d'acanto presenza zone d'ombra a goccia ad andamento verticale, con margine inferiore rettilineo o appena arrotondato. A questa caratteristica, già presente in epoca giulio-claudia, si accompagna un più intenso utilizzo del trapano e la presenza di profondi solchi tra le nervature, leggermente arcuati nella prima corona e rigidamente verticali nella seconda: a Tarragona spesso queste solcature si presentano perfettamente verticali anche nella prima corona. Questi solchi accentuano i contrasti chiaroscurali, vivificando le forme e neutralizzando la maggiore schematicità del disegno.
Le fogliette sono concave o con sezione a V e si conserva la sovrapposizione delle fogliette del lobo superiore a quelle del lobo inferiore: entrambe queste caratteristiche si manifestano nella Tarraconense e nelle altre province occidentali quasi esclusivamente nelle opere delle officine urbane.
I caulicoli presentano steli leggermente inclinati o perfettamente verticali, decorati con profonde solcature, e orli con corolle di sepali, a volte semplificati con incisioni a forma di Y e queste forme si presentano anche nei capitelli tarraconensi. Il calicetto con due sepali frastagliati di profilo si ripresenta nelle province ispaniche in molte forme variate.
A Tarragona si conservano nel Museo archeologico nazionale due esemplari di capitello in marmo proconnesio dalla decorazione del Foro provinciale, datati in epoca adrianea e attribuiti all'officina che aveva lavorato nella Villa di Adriano a Tivoli. Un altro capitello in marmo lunense è stato invece attribuito ad officine locali in relazione ad un errore nela disposizione delle corone d'acanto rispetto all'abaco.
Nelle altre province l'influsso delle officine imperiali sembra essere stato meno evidente e si conservano maggiormente le caratteristiche della tradizione precedente. Un caso particolare è quello di Italica, presso Siviglia, in quanto città originaria degli imperatori Traiano e Adriano.
Seconda metà del II secolo
Nel capitello del tempio di Antonino e Faustina, dedicato nel 141, che riprende il modello del foro di Traiano e del Pantheon, troviamo la costolatura centrale della foglia d'acanto segnata da una leggera incisione, che nella prima corona si allarga alla base in un piccolo spazio triangolare; i solchi tra le nervature sono leggermente arcuati nella prima corona e verticali nella seconda, e arrivano fino alla base del capitello. I lobi presentano ciascuno ancora cinque fogliette, a sezione concava, e con la la sovrapposizione di quella del lobo inferiore sopra quella del lobo superiore; le zone d'ombra sono verticali e a goccia, con margine inferiore arrotondato. I caulicoli sono verticali e con stelo troncoconico decorato da baccellature separate da solchi e orlo articolato e decorato. Elici e volute presentano il nastro concavo e la spirale terminale sporgente.. Il calicetto si presenta con sepali di profilo frastagliati e un calice chiuso riveste lo stelo per il fiore dell'abaco, a forma di rosetta.
Mancano capitelli di questo periodo a Tarragona e nelle città della provincia, dove mancano nuove costruzioni. L'evoluzione è però visibile nelle città di altre province ispaniche e delle altre province occidentali. Di particolare importanza sono i capitelli delle terme imperiali di Antonino a Cartagine: qui lavorano ancora cantieri imperiali che influiranno sulle altre città africane. In questo periodo si accentua la semplificazione e la schematizzazione del modello canonico, in particolare nei luoghi dove operano officine locali. Questa era già iniziata in epoca flavia, con le zone d'ombra verticali e con margine inferiore rettilineo, che introducevano una maggiore schematizzazione, e con l'accentuarsi dell'uso del trapano. I solchi delle foglie d'acanto della seconda corona non arrivano alla base del capitello, le fogliette si riducono a quattro o addirittura tre per ogni lobo e talvolta sono piatte. Per lo stelo dei caulicoli i solchi che dividono le baccellature non arrivano spesso fino alla base e si arriva a lasciarli lisci, come anche il loro orlo e il calicetto centrale, che in qualche caso addirittura scompare. Lo stelo delle elici e delle volute si appiattisce e diminuiscono gli avvolgimenti delle loro spirali, mentre si introducono nuove forme per il fiore dell'abaco.
III secolo
Parallelamente all'introduzione di sempre più massicce importazioni di capitelli orientali, importati già scolpiti dalle cave del Proconnesio, con acanto spinoso, prosegue la tradizione dell'acanto "molle", nella quale si completa la dissoluzione delle forme canoniche, con la semplificazione delle forme vegetali e un intenso uso del trapano a favore degli effetti chiaroscurali. Gli esempi migliori a Roma sono quelli dell'arco di Settimio Severo e delle terme di Caracalla, che tuttavia sono di ordine composito.
A Tarragona appartengono a quest'epoca due capitelli provenienti dagli scavi dell'anfiteatro, dove forse furono portati per un reimpiego, con caulicoli lisci ancora ben visibili. Un altro capitello, sempre in pietra locale, privo di caulicoli e calici, è attribuito al III secolo dall'autore: il grande fiore dell'abaco che deborda dal centro dei lati dell'abaco sopra il kalathos, la mancanza anche delle elici e l'accentuata sporgenza plastica delle cime delle foglie d'acanto sembrano tuttavia richiamare piuttosto un modello corinzio italico e suggerire una datazione ancora in epoca repubblicana.
In generale i capitelli delle province occidentali presentano un più o meno accentuato grado di semplificazione: i lobi hanno in genere quattro fogliette o talora addirittura tre, la costolatura centrale è spesso resa con un piatto listello. In alcuni casi le corone d'acanto si riducono ad una sola, i caulicoli sono per lo più lisci e il calicetto sempre più spesso manca. Elici e volute presentano più spesso il nastro piatto e una riduzione dell'avvolgimento delle spirali. Fa eccezione un solo capitello da Segobriga, caratterizzato dall'horror vacui: sono presenti sei fogliette nei lobi, e una conseguente moltiplicazione delle zone d'ombra, il nastro di volute ed elici è riempito da file di fogliette, stelo ed orlo del caulicolo sono decorati e anche la parte superiore del kalathos è occupata da baccellature.
Conclusioni
La Tarraconense nel suo insieme conserva meno capitelli delle altre province ispaniche, e lavorati in modo più grossolano e più lontano dai modelli urbani, ma forse completati in modo più raffinato con lo stucco. L'uso del marmo è limitato alle officine di provenienza italica o urbana, che erano giunte per lavorare in grandi cantieri pubblici (ad eccezione di un solo capitello tarraconense di epoca adrianea, lavorato in marmo di Luni da un'officina locale). Soprattutto nella Betica, invece, l'uso del marmo si era già diffuso dalla prima epoca augustea.
Grande importanza ha per l'evoluzione stilistica provinciale la presenza di officine provenienti da fuori, che diffusero nelle province occidentali il modello del capitello corinzio canonico codificato nei capitelli del tempio di Marte Ultore nel Foro di Augusto. A Tarragona un'officina italica lavorò ai capitelli dell'arco di Barà (15-5 a.C.), ancora in pietra locale, molto simili a quelli della seconda fase della porta di Augusto a Nîmes (anteriore al 10 a.C.), e un'altra officina italica lavorò insieme a scalpellini locali nel cantiere del teatro di Cartagena, utilizzando il marmo lunense e introducendo il contatto asimmetrico delle fogliette come nel modello del tempio di Marte Ultore.
Tarragona e Cartagena furono poi modello per le altre città della provincia: una via di diffusione seguì da Tarragona la valle dell'Ebro, verso Cesaraugusta (Saragozza) e Clunia (presso Burgos)[19]; una seconda via di diffusione a partire da Cartagena dovette giungere tramite Sagunto, fino a Segobriga, dove furono utilizzati anche marmi e pietre provenienti dai primi due centri[20]. Attraverso queste vie si diffuse il contatto asimmetrico tra le fogliette dei lobi e parallelamente forme più naturalistiche di acanto.
Nel teatro di Tarragona, datato alla media-tarda età augustea, diverse mani crearono capitelli sia ancora aderenti alla tradizione secondo-triumvirale, con contatto simmetrico delle fogliette dei lobi e con steli desinenti in rosette tra elici e volute, sia capitelli più prossimi al nuovo modello canonico del tempio di Marte Ultore. Tuttavia la resa di tutti è piuttosto grossolana e le zone d'ombra, anche quando assumono la forma a goccia, sono ancora fortemente arrotondate.
I capitelli della porticus post scaenam del teatro di Cartagena furono intagliati in arenaria coperta da stucco da scalpellini locali, che imitarono i modelli realizzati sempre per il teatro da un'officina italica, con una resa tuttavia meno elegant.
A Tarragona, capitale provinciale, lavorarono officine urbane imperiali in tre occasioni: in età tiberiana, sotto i Flavi e ancora in epoca adrianea. Questi apporti influenzarono la produzione delle maestranze locali (i capitelli della basilica del foro municipale, un capitello reimpiegato in piazza del Rovellat e in un altro sporadico in marmo lunense del II secolo) e di quelle che operavano a livello provinciale. Una maestranza provinciale lavorò al teatro di Clunia, introducendovi una resa più naturalistica dell'acanto e influenzando a sua volta sulla successiva produzione della città.
Simili fenomeni si verificarono anche nelle altre capitali provinciali: a Cordova un officina urbana, forse la medesima che aveva lavorato al tempio di Marte Ultore in Roma, partecipò in epoca tiberiana al cantiere per il forum adiectum, i cui capitelli furono quindi imitati nelle altre città della provincia, come nel tempio del foro di Carmona o nel tempio di culto imperiale della stessa Cordova, della fine dell'epoca giulio-claudia.
Fu attraverso la partecipazione delle officine venute da fuori che si diffusero nelle province occidentali i modelli creati a Roma: questa diffusione fu più rapida in città più vicine alla capitale imperiale, come Ostia, mentre fu più lenta in zone più lontane, come l'interno della provincia tarraconense, dove si mantennero più a lungo le tradizioni locali. Dall'età giulio claudia si diffuse la tendenza a zone d'ombra più stilizzate, ad andamento verticale e con bordo inferiore rettilineo[21]. In epoca flavio-traianeale nelle foglie d'acanto solcature profonde dividevano le nervature, aumentando l'effetto chiaroscurale, ma apportando con la loro disposizione parallela un maggiore schematismo. In epoca adrianea queste solcature si presentano leggermente arcuate nelle foglie della prima corona e verticali nella seconda e nel III secolo la linea incisa al centro della costolatura centrale tenderà a sparire.
La sovrapposizione delle fogliette dei lobi contigui era apparsa nei capitelli del teatro di Cartagena e si diffuse soprattutto nei capitelli opera delle maestranze imperiali e preferibilmente nei capitelli in marmo, anche se non mancarono eccezioni. Dopo l'epoca adrianea, quando sembra aver raggiunto la più ampia diffusione, parallelamente ad un maggiore utilizzo di marmo, tese nuovamente a scomparire e nel III secolo si ritrova solamente in alcuni capitelli delle regioni più meridionali. Le fogliette sono prevalentemente concave e tali sembrano mantenersi anche nel III secolo, ma compaiono anche fogliette appiattite.
I caulicoli inclinati itendono a divenire verticali e più sottili: a Tarragona compaiono i primi caulicoli verticali in epoca adrianea, grazie all'intervento di un'officina imperiale, mentre a Cordova in epoca flavia e a Mérida già alla fine dell' epoca giulio-claudia. In epoca giulio-claudia compaiono anche in altre città della provincia di Tarraconense, come Barcino e Cartagena. Lo stelo dei caulicoli si presenta ornato da baccellature, rese con solchi di separazione: dopo l'età adrianea tendono a semplificarsi e a diventare lisci anche negli edifici pubblici di committenza imperiale, come le terme di Antonino a Cartagine. Nelle città ispaniche la tendenza alla semplificazione si manifesta anche con solcature che non arrivano alla base dello stelo. Gli orli, che in epoca augustea e giulio-claudia erano costituiti da un anello convesso liscio, con l'età flavia sono decorati da fogliette d'acanto, che a partire dall'età adrianea sono rese con solchi a forma di Y; è comunque presente una grande varietà di forme decorative.
Il dissolvimento della forma tradizionale e canonica della foglia d'acanto, iniziato in epoca flavia con l'introduzione delle zone d'ombra verticali e con margine inferiore rettilineo, si accentuò sotto Traiano con la comparsa della profonde solcature tra le nervature, realizzate con l'uso del trapano, a favore di una lavorazione più rapida. Le maestranze locali a partire da questi elementi, introdotti dalle stesse officine urbane, si allontanarono sempre più dal modello urbano, accellerandone la dissoluzione. Nel III secolo il distacco si era compiuto.
La produzione della parte meridionale della Gallia influenzò quella della Tarraconense: da quelle regioni giunsero probabilmente le officine italiche che introdussero nelle province ispaniche il contatto asimmetrico delle fogliette. Questo influsso non si esercitò solo tramite Tarragona e Cartagena, ma arrivò direttamente dall'Aquitania nelle zone più interne della provincia, come a Clunia: un elemento è rappresentato dall'introduzione nel calice di una terza foglia d'acanto, derivata dall'unione dei lobi inferiori delle due foglie di profilo che lo compongono.
L'officina italica che lavorò al teatro di Cartagena presenta invece affinità con la produzione presente a Cherchell, forse in seguito alla protezione di Cartagena da parte del re di Mauretania Giuba II.
Note
- ↑ H. KÄHLER, Die römischen Kapitelle des Rheingebietes, Berlin 1939.
- ↑ R. KAUTZSCH, Kapitellstudien. Beiträge zu einer Geschchte des spätantiken Kapitells im Osten vom vierten bis ius siebente Jahrhundert, Berlin-Leipzig 1936 .
- ↑ W. D. HEILMEYER, Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration, (Römische Mitteilungen, suppl. 16), 1970.
- ↑ P. PENSABENE, Scavi di Ostia VII: I capitelli, Roma 1973.
- ↑ A. DIAZ MARTOS, Capiteles corintios romanos de Hispania, Madrid 1985.
- ↑ M. A. GUTIERREZ BEHEMERID, Capiteles Romanos de la Península Ibérica (Studia archeologica, 81), Valladolid, 1992.
- ↑ J. GIMENO PASCUAL, Estudios de arquitectura y urbanismo en las ciudades romanas del nordeste de Hispania. Madrid 1991.
- ↑ M. A. GUTIERREZ BEHEMERID, "A propósito de algunos capiteles clunienses: la definición de un taller", in Annals de l'Institut d'Estudis Gironins, 37, 1996-1997, 655-671.
- ↑ C. MÁRQUEZ MORENO, Capiteles romanos de Corduba Colonia Patricia, Córdoba 1993.
- ↑ J. L. DE LA BARRERA ANTÓNLos capiteles romanos de Mérida, (Monografías emeritenses, 2), Badajoz 1984.
- ↑ La possibilità di utilizzare questo materiale si deve forse alla benevolenza di Agrippa e del re Giuba II di Mauretania, che lo aveva adoperato anche nella sua capitale Cherchell.
- ↑ L'autore confronta il caso di officine di diverso livello che lavoravano in uno stesso cantiere con quello del foro di Augusto, citando U<small<NGARO ( L. UNGARO, "La decorazione architettonica del Foro di Augusto a Roma", in in S. RAMALLO ASENSIO (a cura di), La decoración arquitectónica en las ciudades romanas de occidente (congresso Cartagena 2003), Murcia 2004, 17-35), dove tuttavia si parla di differenze percepibili ancora nel foro di Augusto (a differenza che nel foro di Traiano) tra diversi scalpellini appartenenti ad una medesima officina: per i capitelli del teatro di Cartagena si tratta del medesimo fenomeno e la qualità comunque alta indurrebbe forse a supporre che si tratti di mani diverse nell'ambito della medesima officina di provenienza urbana.
- ↑ W. TRILLMICH, "Los programas aquitectónicos de época julio-claudia en la Colonia Augusta Emerita", in S. RAMALLO ASENSIO (a cura di), La decoración arquitectónica en las ciudades romanas de occidente (congresso Cartagena 2003), Murcia 2004, 325
- ↑ Uno degli edifici di Roma più antichi con il contatto asimmetrico tra le fogliette, è il mausoleo di Cotta sull'Appia antica, datato al 20 a.C. circa. Questa apparente incongruenza deriva forse dalla scarsa esperienza nella lavorazione del marmo per le officine urbane, in contrapposizione con quelle che operavano all'esterno e che continuavano a lavorare le più tenere pietre locali.
- ↑ J. A. DOMINGO MAGAÑA, I. FIZ, R. MAR, J. RUIZ DE ARBULO, "Etapas y elementos de la decoración arquitectónica en el desarrollo monumental de la ciudad de Tarraco (s.II A.C. - I D.C)", in S. RAMALLO ASENSIO (a cura di), La decoración arquitectónica en las ciudades romanas de occidente (congresso Cartagena 2003), Murcia 2004, 115-151, fig.21
- ↑ M. A. GUTIERREZ BEHEMERID, "Los programas arquitectónicos de época imperial en el Conventus Cluniensis", in S. RAMALLO ASENSIO (a cura di), La decoración arquitectónica en las ciudades romanas de occidente (congresso Cartagena 2003), Cartagena 2004, 275-292, tav.II, 2 e 4.
- ↑ M. A. GUTIERREZ BEHEMERID, "Los programas arquitectónicos de época imperial en el Conventus Cluniensis", in S. RAMALLO ASENSIO (a cura di), La decoración arquitectónica en las ciudades romanas de occidente (congresso Cartagena 2003), Cartagena 2004, 275-292, tav.III, 1 e 2.
- ↑ Invece le caratteristiche augustee dei capitelli del Capitolium di Belo Claudia, nella sua ricostruzione giulio-claudia dopo il terremoto, si devono ad un possibile reimpiego degli elementi architettonici della fase precedente.
- ↑ Il particolare di una serie di lineette semicircolari incise sotto il margine inferiore delle zone d'ombra nelle foglie d'acanto si ritrova in alcuni esemplari in pietra locale del teatro di Tarragona e in altri del teatro di Bilbilis e del foro di Segobriga.
- ↑ Sono presenti somiglianze tra i capitelli di Sagunto e del foro di Segobriga, con fogliette stilizzate e appuntite.
- ↑ Zone d'ombra verticali comparvero tuttavia precocemente: in epoca giulio-claudia a Barcino (Barcellona) e a Cesaraugusta (Saragozza), e alla metà del I secolo d.C. nella provincia di Soria: la schematizzazione rendeva infatti più facile il lavoro degli scalpellini). In età traianea le zone d'ombra verticali sono diffuse in tutta la penisola ispanica, mentre nella sola Cordova si mantengono ancora inclinate, forse per la volontà della sua elite di conservare modelli di rappresentazione più naturalistici, secondo l'autore.