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Da DecArch - Decorazione architettonica romana.
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Nel 1971 '''Christoph Friedrich Leon'''<ref>C. F. L<small>EON</small>, ''Die Bauornamentik des Trajansforum und ihre Stellung in der früh-und mittelkaiserzeitlichen Architekturdekoration Rom'', Wien-Köln-Gratz 1971 ([http://de.wikipedia.org/wiki/Christoph_Leon biografia di Christoph F. Leon] sulla Wikipedia in lingua tedesca). Vedi recensione di P. G<small>ROS</small>, in ''Latomus''32, 1973, p.917. Sulla decorazione del Foro di Traiano era comparso una precedente e incompleta raccolta di Maria Elena Bertoldi (M. E. B<small>ERTOLDI</small>, ''Ricerche sulla decorazione del Foro di Traiano'' (''Studi miscellanei'', 3), Roma 1960-1961), nella quale l'autrice riconosceva l'importanza di non basarsi solo sulla tipologia schematica, ma anche sullo stile e sulla resa delle decorazioni.</ref> ha pubblicato il suo lavoro sul Foro di Traiano, nel quale esaminava anche i materiali pertinenti all'età augustea e all'età flavia, che costituiscono i precedenti dello stile traianeo, e individuava inoltre in successivi monumenti di Roma la prosecuzione dell'attività delle officine che avevano lavorato nel Foro. La raccolta presentava inoltre il catalogo delle singole forme ornamentali, suddivise tra canoniche e non canoniche, per ciascuna delle quali veniva seguita l'evoluzione dall'età augustea a quella adrianea.
 
Nel 1971 '''Christoph Friedrich Leon'''<ref>C. F. L<small>EON</small>, ''Die Bauornamentik des Trajansforum und ihre Stellung in der früh-und mittelkaiserzeitlichen Architekturdekoration Rom'', Wien-Köln-Gratz 1971 ([http://de.wikipedia.org/wiki/Christoph_Leon biografia di Christoph F. Leon] sulla Wikipedia in lingua tedesca). Vedi recensione di P. G<small>ROS</small>, in ''Latomus''32, 1973, p.917. Sulla decorazione del Foro di Traiano era comparso una precedente e incompleta raccolta di Maria Elena Bertoldi (M. E. B<small>ERTOLDI</small>, ''Ricerche sulla decorazione del Foro di Traiano'' (''Studi miscellanei'', 3), Roma 1960-1961), nella quale l'autrice riconosceva l'importanza di non basarsi solo sulla tipologia schematica, ma anche sullo stile e sulla resa delle decorazioni.</ref> ha pubblicato il suo lavoro sul Foro di Traiano, nel quale esaminava anche i materiali pertinenti all'età augustea e all'età flavia, che costituiscono i precedenti dello stile traianeo, e individuava inoltre in successivi monumenti di Roma la prosecuzione dell'attività delle officine che avevano lavorato nel Foro. La raccolta presentava inoltre il catalogo delle singole forme ornamentali, suddivise tra canoniche e non canoniche, per ciascuna delle quali veniva seguita l'evoluzione dall'età augustea a quella adrianea.
 
Una maggiore attenzione agli aspetti riguardanti la decorazione architettonica iniziava a riscontrarsi, oltre che nei nuovi studi sulla decorazione di singole località, nelle monografie sui singoli monumenti, anche quando non erano dedicate esclusivamente a questo argomento<ref>Tra gli studi più specificatamente interessati alla decorazione architettonica si citano: A. F<small>ROVA</small>, ''Luni, Parma, Velleia. Ricerche sulla decorazione architettonica romana'', Milano 1968; G. C<small>ONTI</small>, ''Decorazione architettonica della Piazza d'Oro a Villa Adriana'', Roma 1970 (con recensione di P. G<small>ROS</small>, in ''Latomus'', 33, 1974, che giudica lo studio piuttosto incompleto); M. M<small>ONTAGNA</small> P<small>ASQUINUCCI</small>, ''La decorazione architettonica del tempio del Divo Giulio nel Foro Romano'' (''Monumenti Antichi dell'Accademia Nazionale dei Lincei'', I.4 48), Roma 1973; F. M<small>AGI</small>, "I marmi del teatro di Domiziano a Castelgandolfo", in ''Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Rendiconti'', (serie III), 46, 1973-1974, 63-77.</ref>. '''Patrizio Pensabene''', nell'articolo scritto insieme a Fausto Zevi sull'arco di Caracalla a [http://it.wikipedia.org/wiki/Ostia_%28citt%C3%A0_antica%29 Ostia]<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, F. Z<small>EVI</small>, "Un arco in onore di Caracalla ad Ostia", in ''Atti della Accademia nazionale dei Lincei. Rendiconti. Classe di scienze morali storiche e filologiche'', serie 8, 26, 1971, 481-523 ([[Un arco in onore di Caracalla ad Ostia|breve sintesi]] su questo sito).</ref>, ha definito le caratteristiche, tipiche di età severiana, delle modanature presenti sulla sua trabeazione; in un altro articolo sulla decorazione dell'anfiteatro di Lecce<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, "Un'officina greca per gli elementi decorativi architettonici dell'anfiteatro di Lecce", in ''Ricerche e studi (Quaderno del Museo archeologico provinciale "Francesco Ribezzo" di Brindisi)'', 6, 1972, 9-39.</ref>, l'autore si preoccupava di ricollegare la questione dell'arrivo di maestranze esterne alla situazione politica ed economica della città, sottolineando l'importanza di mantenere un collegamento tra lo studio delle variazioni tipologiche riscontrabili nella decorazione architettonica e la storia architettonica dei contesti in cui queste hanno avuto luogo, che, a sua volta è ricollegabile con la situazione storica in generale: la decorazione architettonica veniva intesa dunque come una fonte di dati per la ricostruzione storico-economica, in relazione alle possibilità dei committenti e in quanto oggetto di un commercio a vasto raggio insieme ad altri manufatti marmorei<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, "Considerazioni sul trasporto dei manufatti marmorei in età imperiale a Roma e in altri centri occidentali", in ''Dialoghi di archeologia'', 6, 1972, 317-362.</ref>. Del medesimo autore è ancora l'importante catalogo dei capitelli di Ostia<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, ''Scavi di Ostia VII: I capitelli'', Roma 1973.</ref>, che sebbene sia stato nel tempo superato in merito ad alcune datazioni, costituisce una fondamentale raccolta di un sito la cui decorazione è così vicina a quella della capitale e soprattutto getta le basi di una terminologia in lingua italiana per la descrizione dei capitelli, terminologia in seguito largamente adottata.
 
Una maggiore attenzione agli aspetti riguardanti la decorazione architettonica iniziava a riscontrarsi, oltre che nei nuovi studi sulla decorazione di singole località, nelle monografie sui singoli monumenti, anche quando non erano dedicate esclusivamente a questo argomento<ref>Tra gli studi più specificatamente interessati alla decorazione architettonica si citano: A. F<small>ROVA</small>, ''Luni, Parma, Velleia. Ricerche sulla decorazione architettonica romana'', Milano 1968; G. C<small>ONTI</small>, ''Decorazione architettonica della Piazza d'Oro a Villa Adriana'', Roma 1970 (con recensione di P. G<small>ROS</small>, in ''Latomus'', 33, 1974, che giudica lo studio piuttosto incompleto); M. M<small>ONTAGNA</small> P<small>ASQUINUCCI</small>, ''La decorazione architettonica del tempio del Divo Giulio nel Foro Romano'' (''Monumenti Antichi dell'Accademia Nazionale dei Lincei'', I.4 48), Roma 1973; F. M<small>AGI</small>, "I marmi del teatro di Domiziano a Castelgandolfo", in ''Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Rendiconti'', (serie III), 46, 1973-1974, 63-77.</ref>. '''Patrizio Pensabene''', nell'articolo scritto insieme a Fausto Zevi sull'arco di Caracalla a [http://it.wikipedia.org/wiki/Ostia_%28citt%C3%A0_antica%29 Ostia]<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, F. Z<small>EVI</small>, "Un arco in onore di Caracalla ad Ostia", in ''Atti della Accademia nazionale dei Lincei. Rendiconti. Classe di scienze morali storiche e filologiche'', serie 8, 26, 1971, 481-523 ([[Un arco in onore di Caracalla ad Ostia|breve sintesi]] su questo sito).</ref>, ha definito le caratteristiche, tipiche di età severiana, delle modanature presenti sulla sua trabeazione; in un altro articolo sulla decorazione dell'anfiteatro di Lecce<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, "Un'officina greca per gli elementi decorativi architettonici dell'anfiteatro di Lecce", in ''Ricerche e studi (Quaderno del Museo archeologico provinciale "Francesco Ribezzo" di Brindisi)'', 6, 1972, 9-39.</ref>, l'autore si preoccupava di ricollegare la questione dell'arrivo di maestranze esterne alla situazione politica ed economica della città, sottolineando l'importanza di mantenere un collegamento tra lo studio delle variazioni tipologiche riscontrabili nella decorazione architettonica e la storia architettonica dei contesti in cui queste hanno avuto luogo, che, a sua volta è ricollegabile con la situazione storica in generale: la decorazione architettonica veniva intesa dunque come una fonte di dati per la ricostruzione storico-economica, in relazione alle possibilità dei committenti e in quanto oggetto di un commercio a vasto raggio insieme ad altri manufatti marmorei<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, "Considerazioni sul trasporto dei manufatti marmorei in età imperiale a Roma e in altri centri occidentali", in ''Dialoghi di archeologia'', 6, 1972, 317-362.</ref>. Del medesimo autore è ancora l'importante catalogo dei capitelli di Ostia<ref>P. P<small>ENSABENE</small>, ''Scavi di Ostia VII: I capitelli'', Roma 1973.</ref>, che sebbene sia stato nel tempo superato in merito ad alcune datazioni, costituisce una fondamentale raccolta di un sito la cui decorazione è così vicina a quella della capitale e soprattutto getta le basi di una terminologia in lingua italiana per la descrizione dei capitelli, terminologia in seguito largamente adottata.
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Negli stessi anni '''Burkhardt Wesemberg''' si è occupato dell'origine del capitello dorico, della base ionica e del capitello eolico e della terminologia riguardo alle definizioni di ''kymation'' e di ''astragalo''<ref>*B. W<small>ESENBERG</small>, ''Kapitelle und Basen. Beobachtungen zur Entstehung der grieschischen Säulenformen'', (''Beiheft der Bonner Jahrbücher'' 32), Düsseldorf, 1971; "Kymation und astragal", in ''Marburger Winckelmann-Programm'', 1971-72, 1-13; "Die Säulenbasis des Mars-Ultor Tempels", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 99, 1984, 161-171.</ref> l'italiano '''Giorgio Gullini'' delle origini del fregio dorico e dell'ordine tuscanico a Roma<ref>G. G<small>ULLINI</small>, "Sull'origine del fregio dorico", in ''Memorie dell'Accademia delle scienze di Torino'', IV, 31, 1974 ([http://it.wikipedia.org/wiki/Giorgio_Gullini biografia di Giorgio Gullini] sulla Wikipedia in lingua italiana). La tesi di Gullini consiste nell'idea che i gusti dei costruttori contribuirebbero a determinare conseguenti soluzioni costruttive, in opposizione sia alla spiegazione data da Vitruvio, sia all'ipotesi di una pura astrazione decorativa senza alcuna funzione tettonica. Da citare inoltre Guido Rosada, sull'ordine tuscanico (G. R<small>OSADA</small>, "La tipologia e il significato dell' "ordine tuscanico" nell'architettura di Roma", in ''Atti dell'istituto veneto di scienze, lettere e arti'', 79, 1970-71, 65-110).  </ref>. Il quadro evolutivo per un'epoca o una forma venne tracciato da diversi studi del periodo: '''Heinrich Bauer''' si è interessato del capitello corinzio nel IV e III secolo a.C.<ref>*H. B<small>AUER</small>, ''Das korintische Kapitelle des 4. und 3 Jahrhunderts v.Chr.'' (''Athenischen Mitteilungen Beiheft'', 3), Berlin 1973, e il precedente "Das Kapitell des Apollo Palatinus-Tempels", in ''Römische Mitteilungen'' (''Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung''), 76, 1969, 183-204. </ref>, '''John J Herrmann jr.''' dei capitelli compositi a foglie lisce di Roma<ref>J. J. H<small>ERRMANN</small>, ''The Schematic Composite Capital: a Study of Architectural Decoration at Rome in the Later Empire'', Ann Arbor 1974.</ref> e '''Stefan Neu''' delle trabeazioni di III secolo a Roma<ref>S. N<small>EU</small>, ''Römische Ornament. Stadtrömische Marmorgebälke aus der Zeit von Septimius Severus bis Kostantin'', Cösfeld 1972 ([[Römische Ornament. Stadtrömische Marmorgebälke aus der Zeit von Septimius Severus bis Kostantin|sintesi]] su questo sito).</ref>, per la quale l'autore ha individuato una minore attenzione per la precisione della resa rispetto all'epoca precedente ed una diffusa reazione rispetto al classicismo del II secolo, conformemente alle caratteristiche stilistiche della plastica contemporanea. Altri studi dello stesso periodo si sono occupati di questioni di proporzioni<ref>J. J. C<small>OULTON</small>, "Doric capitals: a proportional analysis", in ''Annual of the British School at Athens'', 74, 1979, 81-153; P. R<small>OOS</small>, "Observations on the Internal Proportions of the Ionic Dentil in the Aegean", in ''Revue archéologique'', 1976, 103-112.
  
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Negli anni '70 sono inoltre proseguiti gli studi sulla decorazione dell'Italia settentrionale, che hanno consentito nel loro insieme di ricostruire il quadro politico ed economico complessivo della regione: in generale gli studi in merito si sono infatti posti il problema non solo degli influssi esterni e del loro adattamento alla tadizione e al gusto locali, ma anche dei committenti e del loro livello economico e culturale, tentando inoltre di analizzare le origini delle maestranze che lavorarono nella Gallia Cisalpina. In quest'ambito '''Maria Pia Rossignani''' si è occupata della decorazione architettonica di Parma e '''Giuliana Cavalieri Manasse''' di quella di Aquileia, Trieste e Pola<ref>M. P. R<small>OSSIGNANI</small>, ''La decorazione architettonica romana in Parma'', Roma 1975 (vedi [[Recensioni / La decorazione architettonica romana in Parma|raccolta di recensioni]] su questo sito); G. C<small>AVALIERI</small> M<small>ANASSE</small>, ''La decorazione architettonica romana di Aquileia, Trieste, Pola. L'età augustea e giulio claudia'', Padova 1978. Altri studi, anche su altre regioni sono stati A. F<small>ROVA</small>, M. P. R<small>OSSIGNANI</small>, G. C<small>AVALIERI</small> M<small>ANASSE</small>, "Il Capitolium e la decorazione architettonica romana di Brescia", in ''Atti del Convegno internazionale per il XIX centenario della dedicazione del Capitolium e il 150º anniversario della sua scoperta'', II, Brescia 1975, 53-66; G. T<small>EDESCHI</small> G<small>RISANTI</small>, ''Capitelli romani figurati a Pisa'', Pisa 1974-75; S. D<small>E</small> M<small>ARIA</small>,
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"Aspetti e problemi della decorazione architettonica romana in Romagna. Età tardo repubblicana e augustea", in ''Studi romagnoli'', 28, 1977, 172-208, e "Il problema del corinzio italico in Italia settentrionale. A proposito di un capitello non finito di Rimini", in ''Mélanges de l'École  française de Rome. Antiquité'', 93, 1981, 565-616; V. G<small>ALLIAZZO</small>, "Capitelli del museo civico di Vicenza. Contributo allo studio della decorazione architettonica del teatro di Berga", in ''Aquileia nostra'', 48, 1977, 49-72; L. C<small>ENCIAIOLI</small>, "I capitelli romani di Perugia", in ''Annali della facoltà di lettere e filosofia di Perugia. Studi classici'', 15, 1977-78, 41-96; S. D<small>E</small> M<small>ARIA</small>,  M. P<small>ENSA</small>,  "La decorazione architettonica di età repubblicana e primo imperiale nell'area adriatica", in ''Abruzzo'', 19, 1981, 33 ss. L'attenzione al problema delle maestranze è stato presente anche in uno studio su un'officina itinerante individuata in Gallia in epoca augustea (F. S. K<small>LEINER</small>, "Artist in the Roman World. An Itinerant Workshop in Augustan Gaul", in ''Mélanges de l'École française de Rome. Antiquité'', 89, 1977, 661-696).</ref>, evitando di perdere di vista le finalità storiche della ricerca per un tecnicismo fine a stesso.
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'''Pierre Gros''' si è occcupato dell'architettura templare di età augustea a Roma<ref>P. G<small>ROS</small>, ''Aurea Templa. Recherches sur l'architecture religieuse de Rome á l'epoque d'Auguste'' (''Bibliothèque des Ecoles françaises d'Athènes et de Rome'' 231) Rome 1976. </ref>, nel quale ha individuato l'elaborazione di una tipologia monumentale parallelamente alla progressiva affermazione e definizione del potere imperiale e si è inoltre interessato dell'organizzazione del lavoro e dei rapporti dell'architetto con i committenti e con gli scalpellini dal punto di vista giuridico e tecnico. L'autore ha inoltre trattato le origini della cornice con mensole, sottolineando la funzione assai più decorativa che funzionale del nuovo elemento. Del medesimo autore è ancora lo studio sulla "[http://it.wikipedia.org/wiki/Maison_Carr%C3%A9e Maison Carrée]" di Nîmes<ref>P. G<small>ROS</small>, R. A<small>MY</small>, ''La Maison Carrée de Nîmes'' (''Gallia'', Suppl., 38), Paris 1979. Si era già occupato delle influenze ellenistico-orientali sugli edifici augustei della Narbonense("Traditions hellénistiques d'Orient dans le décor architectural des Temples romains de Gaule Narbonnaise", in ''La Gallia romana'' (congresso Accademia dei Lincei, Roma 1971), Roma 1973, 167-181), e in seguito prese in esame anche i templi di ''Glanum'' ("Les temples géminés de Glanum. Etude preliminaire", in ''Revue archéologique de Narbonnaise'', 14, 1981, 125-158). </ref>, nel quale la ricostruzione del tempio è stata raggiunta per mezzo di un'attenta analisi dei frammenti architettonici. Il tema della cornice con mensole è stato inoltre ripreso dall'autore in ambito africano <ref>P. G<small>ROS</small>, "Entablements modillonnaires d'Afrique au IIe s. apr. J.-C. (À propos de la corniche des temples du Forum de Rougga)", in ''Römische Mitteilungen'' (''Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung''), 85, 1978, 459-476. L'autore ha notato come esempi africani mancassero nei cataloghi di Leon e di Heilmeyer e come l'unico studio importante fosse quello sui capitelli tuscanici della Tunisia (A. L<small>ÉZINE</small>, A. M<small>ERLIN</small>, P.P<small>OINSSOT</small>, "Chapiteaux toscans trouvés en Tunisie", in ''Karthago'', 6, 1956, 11-19). In seguito si ebbero le pubblicazioni di Pensabene su Cherchell (P. P<small>ENSABENE</small>, ''Les chapiteaux de Cherchell. Étude de la décoration architectonique''  (''Bulletin d’archéologie algérienne'', supplément 3), Alger 1982; "La decorazione architettonica di Cherchel: cornici, architravi, soffitti, basi e pilastri", in ''150-Jahr-Feier Deutsches Archäologisches Institut Rom'' (''Römische Mitteilungen'', suppl.25), Roma 1982, 116-169) e di Noureddine Harrazi sui capitelli reimpiegati nella moschea di Kairouan (N .H<small>ARRAZI</small>, ''Chapiteaux de la grande Mosquée de Kairouan'', Tunis 1982), nel quale l'autore ha tentato di individuare le officine e di distinguere la committenza pubblica e privata piuttosto che trattare dei problemi di cronologia e di storia dell'arte.</ref>, notando la scarsezza di studi relativi alla regione per la decorazione architettonica.
 
   
 
   
 
==Note==
 
==Note==

Versione delle 21:43, 20 dic 2009

In corso

I primi ad interessarsi della decorazione architettonica dei monumenti antichi sono stati gli artisti del Rinascimento, i quali ci hanno lasciato numerose raccolte di disegni che riproducono i frammenti architettonici visibili ai loro tempi, sia nelle varie collezioni di antichità, sia ancora in situ nei resti degli edifici ai quali appartenevano, e talvolta appena estratti casualmente dal terreno. Il loro scopo era comunque quello di costituire un repertorio di opere di arte antica a cui ispirarsi come modelli per le realizzazioni contemporanee[1] e non quello dello studio storico di esse. Anche se tali raccolte costituiscono per noi una documentazione preziosa, non sempre i frammenti visti furono disegnati con precisione. Grazie a Vitruvio, si conoscevano i diversi ordini architettonici, ma non si aveva un'idea chiara dell'evoluzione della decorazione dall'età greca a quella imperiale romana.

Il concetto di evoluzione stilistica continuerà a mancare anche agli architetti e studiosi ottocenteschi che si occuparono della ricostruzione dei monumenti antichi. Luigi Canina (1795-1856)[2], ad esempio, ricostruisce con i frammenti architettonici noti visioni fantasiose degli edifici antichi, corrispondenti al gusto dell'epoca, e giudica le trabeazioni in base alla loro maggiore o minore "bellezza ed eleganza", conformemente a quanto accadeva nei contemporanei studi archeologici.

A partire dalla fine dell'Ottocento si cercò di ricostruire l'origine delle diverse forme che caratterizzavano gli ordini architettonici[3], via via individuata nel loro significato simbolico[4], nel trasferimento in pietra delle originarie strutture lignee, con fome dettate dalla loro funzione strutturale e che per naturale evoluzione avrebbero dato origine ai diversi ordini[5], oppure nell'ispirazione ad elementi propri di altre regioni del mondo antico[6], o ancora di ispirazione naturalistica[7].

Alois Riegl (1858-1905)[8] superò il concetto di decadenza dell'arte dopo l'epoca classica greca, sostituendovi il concetto di "gusto" e di Kunstwollen (volontà artistica), espresso a suo modo da ogni epoca e realizzato, con risultati più o meno riusciti, nelle manifestazioni artistiche di ciascuna. Franz Studniczka (1860-1929)[9] riconobbe l'importanza della decorazione per l'inquadramento cronologico e stilistico dei monumenti e tentò di individuare le diverse caratteristiche della decorazione occidentale e orientale, occupandosi anche della questione degli origine greca o italica dei motivi decorativi. Le ricerche in merito ad una classificazione tipologica e cronologica dei materiali, che potesse chiarire caratteri e criteri dei cambiamenti stilistici, iniziarono agli inizi del Novecento con l'opera di Carl Weickert (1885-1975)[10], che trattava delle origini e delle trasformazioni del kyma lesbio, portando a conoscenza degli studiosi diverso materiale inedito. Nel breve sguardo gettato dall'autore sull'età romana, si individuava la perdita in quest'epoca dell'unità greca tra profilo e decorazione di una modanatura, riconoscendo inoltre il classicismo dell'età traianea, ricondotto ad una reazione alle caratteristiche della decorazione flavia. La nomenclatura che adotta per la sua classificazone tipologica del kyma lesbio (naturalistiche Schema, halbögen Schema e bandformiges Schema) continuerà ad essere utilizzata anche in seguito.

La questione più dibattuta rimase quella dell'individuazione dell'influsso orientale e greco sull'arte romana, a cui il Riegl aveva rivendicato caratteristiche e peculiarità autonome. Edmund Weigand [11], partendo da evidenti divergenze in esempi contemporanei, spiegabili solo con il collegamento a diversi stili locali, riconobbe la diversità nei modi di espressione tra le due metà dell'impero romano, contrapponendosi per primo all'immagine, fino ad allora predominante, di uno sviluppo artistico lineare, nel quale ciascuna forma dovesse seguire tutte le forme precedenti e introdurre tutte le forme seguenti. Weigand tentò dunque di risalire alla costituzione, sia a Roma che in Oriente, della tipologia di forme decorative passate quindi anche nelle province, individuando le peculiarità dei capitelli corinzi asiatici. Riconobbe una funzione di guida allo studio dei capitelli corinzi, i cui motivi decorativi variavano lentamente e sulla base di una struttura sempre fondamentalmente uguale dall'età ellenistica al tardo-impero.

L'interesse per lo studio dei capitelli, connesso alla questione degli influssi provenienti da Oriente nell'Italia repubblicana, si manifestò ancora negli studi di Margarete Gütschow e di Richard Delbrück. La prima[12] trattava del primo capitello corinzio conosciuto, quello del tempio di Apollo a Bassae, opera di Ictino, e dell'inizio dell'utilizzo del capitello corinzio a Roma nel I secolo a.C., riconoscendo l'importante ruolo svolto dall'Olympeion di Atene nell'elaborazione del tipo classico del capitello corinzio occidentale. Il secondo[13] individuò, nell'ambito dell'architettura ellenistica nel Lazio, le caratteristiche delle forme italiche di capitelli (ionico italico e corinzio italico); attribuì inoltre un'origine orientale (dalle Sparrengeisa) al tipo delle cornici con mensole, che iniziavano a diffondersi in Italia in questo periodo, ma si svilupparono nella loro forma canonica solo più tardi.

Fritz Töbelmann si occupò delle trabeazioni degli edifici di Roma tardo repubblicani e imperiali, disegnandone i profili e le sezioni di ogni modanatura: dopo la sua morte nel 1914, nel corso della prima guerra mondiale, una fondazione si occupò di pubblicarne l'opera[14], che oltre a fornire ampio materiale agli studiosi, si proponeva nel testo di fissare cronologicamente attraverso esempi datati l'evoluzione della decorazione (in quest'ambito Töbelmann si oppose ad esempio sulla base della decorazione alla datazione traiano-adrianea del tempio dei Dioscuri nel Foro Romano e della Basilica Emilia) e trattava anche di questioni topografiche e di ricostruzione, oltre a fornire brevi note stilistiche, come il riconoscimento del classicismo augusteo e traianeo.

Konstantin Ronczewski pubblicò diversi studi sui capitelli[15], interessandosi di volta in volta dei capitelli di Alessandria, di Taranto e di Petra, attraverso i quali tentò di stabilire una tipologia che seguisse l'evoluzione degli elementi costitutivi del capitello romano e definendo le varianti dei capitelli corinzieggianti. Lars Fagerlind[16] affinò la tipologia del capitello corinzio italico, distinguendo, con una articolazione in seguito superata, tre tipi, l'ultimo dei quali suddiviso cronologicamente in tre varianti che culminavano in epoca augustea. Daniel Schlumberger[17] delineò lo sviluppo del capitello corinzio in Siria, Palestina e Arabia nell'ambito dei suoi studi sull'Oriente ellenizzato. Rudolf Kautzsch[18] si occupò dei capitelli tardo-antichi, delineando l'evoluzione dei capitelli bizantini e corinzi nelle varie regioni dell'impero ed elaborando una nuova classificazione tipologica. Heinz Kähler[19] si occupò dei capitelli rinvenuti nelle località romane del limes renano, determinandone una sequenza cronologica precisa per la prima età imperiale e definendo le caratteristiche dei capitelli tardo-repubblicani e primo-augustei e, in particolare, individuando un gruppo con specifici caratteri propri prodotto durante il periodo del secondo triumvirato. Questo lavoro impostò una metodologia per lo studio dei capitelli e inserì nel dibattito scientifico le questioni del rapporto tra Roma e le province e delle peculiarità dello stile provinciale, oltre a riprende la questione già dibattuta degli influssi orientali in Occidente. Kähler si occupò inoltre anche di altri elementi della decorazione architettonica, trattando la decorazione di singoli edifici e problemi di reimpiego[20].

Nel 1940 fu pubblicata la fondamentale opera di Peter Heinrich von Blanckenhagen sul Foro di Nerva[21], che a partire da un monumento sicuramente datato, si occupava della definizione dello stile della decorazione a Roma in età flavia. L'autore dava importanza alla comprensione di una modanatura per mezzo della critica stilistica della sua decorazione, piuttosto che all'esame dei suoi profili e delle sue proporzioni. Le differenze stilistiche così individuate, tra gruppi di decorazioni di diverso impiego, ma vicine nello spazio e nel tempo venivano spiegate come conseguenza del diverso "genere" dell'edificio di appartenenza (Gattungstile), ponendo in tal modo le basi all'idea che officine con differenti modi di realizzazione possano lavorare contemporaneamente, e talora nell'ambito del medesimo complesso architettonico, e che quindi la decorazione non si fosse evoluta in modo lineare, ma presentasse piuttosto, anche nello stesso periodo, caratteristiche tradizionali e innovazioni.

Nel dopoguerra gli studiosi italiani avvertirono l'esigenza di un corpus che raccogliesse i capitelli dispersi nelle varie città, in modo da fornire una base di materiale pubblicato per ulteriori ricerche[22] e negli anni '50 uscirono una serie di raccolte, relative soprattutto ai capitelli dell'Italia settentrionale, ad opera di Valnea Scrinari e di Gian Guido Belloni[23], che affrontavano i problemi connessi con la datazione di un materiale disperso, non direttamente confrontabile con quello meglio conosciuto di Roma e per il quale si poneva la duplice questione di identificarne la posizione cronologica e culturale, quest'ultima spesso sfasata rispetto al calendario per la presenza di persistenze e di innovazioni peculiari dell'arte provinciale. In questi studi una particolare attenzione veniva posta nell'individuazione degli influssi incrociati tra Roma e i centri provinciali, arrivando ad individuare una sostanziale unità stilistica dell'Italia settentrionale in diretta dipendenza da Roma e apparentemente priva di contatti con le zone transalpine o con l'Oriente. I capitelli del corpus erano tuttavia studiati avulsi dal loro eventuale contesto di appartenenza e dunque privi di una parte notevole dei dati che avrebbero potuto fornire. La classificazione proposta era quella tradizionale (capitelli dorici con echino liscio o decorato, capitelli ionici a due o a quattro volute, capitelli corinzi e compositi ad acanto semplice, ad acanto molle o ad acanto spinoso, o ancora a foglie lisce).

I problemi a cui gli studi di questo periodo in generale si dedicano riguardano da un lato la fissazione della cronologia di alcuni edifici di Roma antica, importanti come capisaldi, e dall'altro il rapporto tra Oriente e Occidente, la definizione della decorazione augustea e delle sue origini e ancora la questione delle officine. Ci si occupa dell'evoluzione di particolari motivi, o della decorazione di edifici singoli, per chiarire meglio queste questioni, ma avvertendo la necessità di arrivare ad una storia delle forme e dei tipi della decorazione. Jocelyn Toynbee e John Bryan Ward Perkins[24] si occuparono dei fregi con girali in parte riempite con creature viventi (peopled scrolls), motivo decorativo presente dall'età ellenistica al tardo impero, permettendo di indagare ancora gli influssi ellenistici sull'arte tardo repubblicana di Roma, con l'importazione di un motivo ellenistico che ebbe uno sviluppo in forma autonoma e ricevette poi nuovi influssi dall'Oriente. Il già citato Heinz Kähler si occupò delle trabeazioni dell'arco di Costantino, nella prosecuzione dell'opera del Töbelmann con un secondo volume [25]: la sua attenzione venne rivolta in particolare ai legami tra officine e tra cantieri, riconoscendo nelle trabeazioni costantiniane che imitano quelle di età antonina reimpiegate nell'arco, la presenza di maestranze microasiatiche che erano state attive nel palazzo di Diocleziano a Spalato. Theodor Kraus si interessò delle girali delle girali dell'[Ara Pacis] e dei fregi vegetali del Foro di Augusto[26], in cui l'attenzione era rivolta alla questione delle officine: all'autore si deve il riconoscimento delle componenti microasiatiche, greche e locali che concorsero alla formazione dello stile augusteo e di un successivo rivolgersi all'arte greca classica, considerato come collegata allo sfondo storico-culturale e propagandistico.

Di notevole importanza anche lo studio di Donald Emrys Strong sull'età tardo-adrianea[27], nel quale l'autore ha tracciato una breve sintesi dell'evoluzione dello stile della decorazione architettonica dall'età augustea all'età severiana: dalla decorazione varia del primo periodo augusteo, nel quale riconobbe preponderanti apporti asiatici, all'origine di uno stile originale e autonomo, che si sarebbe quindi sviluppato in epoca giulio-claudia con un aumento dell'esuberanza decorativa, culminando nella elaborata decorazione di epoca flavia; in epoca traianea, in contrapposizione con lo stile flavio si sarebbe invece ripresa a modello la decorazione augustea e una vera e propria rottura con la tradizione del I secolo si sarebbe invece verificata solo nell'età tardo-adrianea, con nuovi apporti dall'Asia Minore, pur nella continuazione, accanto a quello nuovo, degli stili precedenti; le epoche successive sarebbero state sostanzialmente eclettiche, ed anche in epoca severiana non si sarebbe verificata una ripresa solo di motivi flavi, ma di tutta la tradizione precedente. La decorazione tardo-adrianea è stata analizzata attraverso le varianti delle modanature decorate e attraverso la loro posizione ed importanza nell'insieme; venne stabilita una nuova nomenclatura per le varianti del kyma lesbio, indicate con le lettere dell'alfabeto: forma A (naturalistico), B (trilobato), C (continuo) e D (continuo vegetalizzato). Altri studi del medesimo autore, alcuni insieme al già citato Ward Perkins[28], sono ancora caratterizzati dall'attenzione rivolta alle singole caratteristiche dei motivi decorativi e della trabeazione nel suo insieme, come base per collocare le realizzazioni dell'arte decorativa nello spazio e del tempo. Con questa metodologia l'autore si è occupatodelle origini augustee del nuovo tipo del capitello composito, della datazione, sulla base dei due gruppi di capitelli impiegati, del tempio rotondo del Foro Boario (tempio di Ercole Vincitore), della rivendicazione del tempio dei Càstori al Foro Romano (tempio dei Dioscuri) all'età augustea e infine dello sviluppo, ancora in epoca augustea, della forma standardizzata di cornice con mensole. Anche Max Wegner[29] si è occupato di specifici tipi di elementi architettonici e di singole modanature, utilizzando per le varianti del kyma lesbio la nomenclatura poi più comunemente utilizzata in tedesco (Herzkymation per il naturalistico, Scherenkymation per il continuo e Bügelkymation per il trilobato); l'autore arrivò a conclusioni diverse rispetto a quelle dello Strong in merito alle datazioni dei portici del Foro di Augusto, del tempio dei Dioscuri nel Foro Romano e dell'ordine superiore della basilica Emilia, tutti ritenuti di epoca post-augustea[30]. Lucy Taxis Shoe Merrit[31] si interessò dell'evoluzione dei profili delle modanature in ambiente etrusco-italico e nella Roma repubblicana, riconoscendone l'autonomia decorativa attraverso l'individuazione delle trasformazioni subite localmente dalle modanature greche, importate a Roma a partire dal III secolo a.C.

Negli anni '60 proseguirono gli studi sui capitelli: del 1962 è il corpus dei capitelli figurati pubblicato da Eugen von Mercklin[32], che comprende i capitelli con raffigurazioni figurate di tutta l'antichità, dall'Egitto faraonico alle province occidentali, compresi quelli presenti in alcune pitture di secondo stile o alcuni capitelli paleocristiani: il catalogo non ometteva praticamente nessun esemplare importante, sebbene la datazione, che non si basava sulle caratteristiche dell'acanto, potesse non essere precisa. Christoph Börker[33] descrisse lo sviluppo dei capitelli a calice ("con foglie d'acqua") in Grecia, dal tardo ellenismo a tutta l'età imperiale romana, per la quale distinse un tipo greco ed uno microasiatico e citando esemplari occidentali frutto delle importazioni di manufatti orientali, pur senza approfondire la tematica. Del 1970 è il fondamentale studio di Wolf Dieter Heilmeyer[34] che sulla base dell'esame di esemplari provenienti da edifici datati ha delineato lo sviluppo del capitello corinzio normale tra il I e il II secolo a Roma, in Grecia, in Asia Minore e nelle province: l'accurata classificazione tipologica, l'attenzione posta al collegamento dei frammenti con il contesto architettonico di provenienza e un'analisi stilistica raffinata hanno permesso all'autore di riconoscere gli influssi reciproci tra le maestranze, i loro spostamenti e le loro modalità nella lavorazione del marmo e in particolare l'importanza delle officine che lavoravano nei grandi cantieri imperiali e spesso producevano un nuovo stile, portando alla contemporanea presenza di stili diversi nella stessa epoca.

Nel 1971 Christoph Friedrich Leon[35] ha pubblicato il suo lavoro sul Foro di Traiano, nel quale esaminava anche i materiali pertinenti all'età augustea e all'età flavia, che costituiscono i precedenti dello stile traianeo, e individuava inoltre in successivi monumenti di Roma la prosecuzione dell'attività delle officine che avevano lavorato nel Foro. La raccolta presentava inoltre il catalogo delle singole forme ornamentali, suddivise tra canoniche e non canoniche, per ciascuna delle quali veniva seguita l'evoluzione dall'età augustea a quella adrianea. Una maggiore attenzione agli aspetti riguardanti la decorazione architettonica iniziava a riscontrarsi, oltre che nei nuovi studi sulla decorazione di singole località, nelle monografie sui singoli monumenti, anche quando non erano dedicate esclusivamente a questo argomento[36]. Patrizio Pensabene, nell'articolo scritto insieme a Fausto Zevi sull'arco di Caracalla a Ostia[37], ha definito le caratteristiche, tipiche di età severiana, delle modanature presenti sulla sua trabeazione; in un altro articolo sulla decorazione dell'anfiteatro di Lecce[38], l'autore si preoccupava di ricollegare la questione dell'arrivo di maestranze esterne alla situazione politica ed economica della città, sottolineando l'importanza di mantenere un collegamento tra lo studio delle variazioni tipologiche riscontrabili nella decorazione architettonica e la storia architettonica dei contesti in cui queste hanno avuto luogo, che, a sua volta è ricollegabile con la situazione storica in generale: la decorazione architettonica veniva intesa dunque come una fonte di dati per la ricostruzione storico-economica, in relazione alle possibilità dei committenti e in quanto oggetto di un commercio a vasto raggio insieme ad altri manufatti marmorei[39]. Del medesimo autore è ancora l'importante catalogo dei capitelli di Ostia[40], che sebbene sia stato nel tempo superato in merito ad alcune datazioni, costituisce una fondamentale raccolta di un sito la cui decorazione è così vicina a quella della capitale e soprattutto getta le basi di una terminologia in lingua italiana per la descrizione dei capitelli, terminologia in seguito largamente adottata. Negli stessi anni Burkhardt Wesemberg' si è occupato dell'origine del capitello dorico, della base ionica e del capitello eolico e della terminologia riguardo alle definizioni di kymation e di astragalo[41] l'italiano Giorgio Gullini delle origini del fregio dorico e dell'ordine tuscanico a Roma[42]. Il quadro evolutivo per un'epoca o una forma venne tracciato da diversi studi del periodo: Heinrich Bauer si è interessato del capitello corinzio nel IV e III secolo a.C.[43], John J Herrmann jr. dei capitelli compositi a foglie lisce di Roma[44] e Stefan Neu delle trabeazioni di III secolo a Roma[45], per la quale l'autore ha individuato una minore attenzione per la precisione della resa rispetto all'epoca precedente ed una diffusa reazione rispetto al classicismo del II secolo, conformemente alle caratteristiche stilistiche della plastica contemporanea. Altri studi dello stesso periodo si sono occupati di questioni di proporzioniErrore nelle note: </ref> di chiusura mancante per il marcatore <ref>, evitando di perdere di vista le finalità storiche della ricerca per un tecnicismo fine a stesso.

Pierre Gros si è occcupato dell'architettura templare di età augustea a Roma[46], nel quale ha individuato l'elaborazione di una tipologia monumentale parallelamente alla progressiva affermazione e definizione del potere imperiale e si è inoltre interessato dell'organizzazione del lavoro e dei rapporti dell'architetto con i committenti e con gli scalpellini dal punto di vista giuridico e tecnico. L'autore ha inoltre trattato le origini della cornice con mensole, sottolineando la funzione assai più decorativa che funzionale del nuovo elemento. Del medesimo autore è ancora lo studio sulla "Maison Carrée" di Nîmes[47], nel quale la ricostruzione del tempio è stata raggiunta per mezzo di un'attenta analisi dei frammenti architettonici. Il tema della cornice con mensole è stato inoltre ripreso dall'autore in ambito africano [48], notando la scarsezza di studi relativi alla regione per la decorazione architettonica.

Note

Il testo è tratto dal capitolo sulla "Storia degli studi sulla decorazione architettonica" della tesi di laurea di M. Milella, datata al 1985. Si può inoltre trovare utile, su questo sito la consultazione della pagina della bibliografia per anno di pubblicazione, con commenti in nota sui contenuti delle pubblicazioni.

Cornicione di palazzo Strozzi di Firenze (Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, 1502), ripreso da una cornice disegnata dall'architetto nel Foro di Traiano.
  1. Ad esempio il cornicione di palazzo Strozzi a Firenze, eseguito nel 1502 da Cronaca, riproduce una cornice del Foro di Traiano, e Vasari (1511-1574) riferisce "Questa cornice fu ritratta dal Cronaca e tolta e misurata a punto in Roma da una antica che si truova a Spogliacristo" (Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Cronaca. Architetto fiorentino (testo on-line su Wikisource).
  2. L. CANINA, Gli edifizi di Roma antica cogniti per alcune reliquie, descritti e dimostrati nella intera loro architettura, Roma 1848.
  3. Oltre alla bibliografia citata nelle note seguenti, vedi quella riportata in P. PENSABENE, Scavi di Ostia VII: I capitelli, Roma 1973, p.22, nota 6.
  4. J. I. HITTORFF, Recueil des monuments de Segeste et de Selinonte, Paris 1870 (biografia di Jakob Ignaz Hittorff, 1792-1867, su it.Wikipedia)
  5. C. CHIPIEZ, Histoire critique des origines et de la formation des ordres grecs, Paris 1876 (testo on-line su Archive.org; biografia di Charles Chipiez, 1835-1901, sulla Wikipedia in francese).
  6. O. PUCHSTEIN, Das ionische Kapitelle, Berlin 1897; O. PUCHSTEIN, Die ionische Säule als klassisches Bauglied orientalischer Herkunft (Sendschriften der Deutschen Orient-Gesellschaft, 4), Leipzig 1907 (testo on-line su Archive.org); (biografia di Otto Puchstein, 1856-1911, sul sito dell'ICEVO, Istituto di studi sulle civiltà dell'Egeo e del Vicino Oriente del CNR, Consiglio nazionale delle ricerche)
  7. T. HOMOLLE, "Origine du chapiteau corinthien", in Revue archéologique, 4, 1916, 17-60 (biografia di Théophile Homolle, 1848-1925, sulla Wikipedia in francese): Homolle si interessò delle origini dei tipi canonici del capitello ionico e corinzio, considerando la foglia d'acanto di derivazione naturalistica.
  8. A. RIEGL, Stilfragen, Berlin 1893; Spätrömische Kunstindustrie, Wien 1901 (R. BIANCHI BANDINELLI, Introduzione all'archeologia, Bari 1984, 110-111; biografia di Alois Riegl sulla Wikipedia in italiano).
  9. F. STUDNICZKA, "Tropaeum Traiani", in Abhandlungen der Sächsischen Akademie der Wissenschaften zu Leipzig. Philologisch-Historische Klasse, 22, 1904 (biografia di Franz Studniczka sulla Wikipedia inglese).
  10. C. WEICKERT, Das lesbische Kymation, Münich - Leipzig 1913 (biografia di Carl Weickert sulla Wikipedia in tedesco).
  11. E. WEIGAND, "Baalbeck und Rom. Die römische Reichkunst in ihren Entwicklung und Differenzierung", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 29, 1914, 37-91; Das göldene or in Kostantinopel in Athenischen Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Athenische Abteilung), 39, 1914, 1-64; Vorgeschichte der korintischen Kapitelle, Würzburg 1920; "Propylon und Bügentor in der östlichen Reichkunst, ausgehend vom Mithridatestor in Ephesos", in Wiener Jährbuch für Kunstgeschichte, 5, 1928, 71-114; "Die Stellung Dalmatiens in der römischen Reichskunst", in Strena Buliciana. Festschrift zu Ehren von Franz Bulic, Zagabr-Split 1924, 77-105. Vedi in merito ai capitelli il commento di W. D. HEILMEYER, Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration, (Römische Mitteilungen, suppl. 16), 1970, p.10.
  12. M. GÜTSCHOW, "Untersuchungen zum korintischen Kapitelle", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 36, 1921, 44-83.
  13. R. DELBRÜCK, Hellenistische Bauten in Latium I-II, Strassburg 1907-1912 (Biografia di Richard Delbrück sulla Wikipedia in tedesco).
  14. F. TÖBELMANN, Römische Gebälke, Heidelberg 1923 (l'opera venne pubblicata a cura di H. Hülsen e di E. Fiechter).
  15. K. RONCWEWSKI, "Variantes de chapiteaux romains", in Acta Universitatis Latviensis, 8, 1923, 115-174; "Deux chapiteaux du musée de Nimes et le chapiteau de l'Arco dei Leoni à Vérone", in Acta Universitatis Latviensis, 11, 1924, 267; "Description des chapiteaux corinthiens et variés du Musée d'Alexandrie", in Acta Universitatis Latviensis, 16, 1927, 3-32; "Kapitelle aus Tarent", in Archäologischer Anzeiger, 1927, 263-296; "Kapitelle aus Tarent in Museum von Bari", in Archäologischer Anzeiger, 1928, 29; "Seltene Kapitellformen", in Archäologischer Anzeiger, 1928, 41; "Römische Kapitelle mit pflanzlischen Voluten", in Archäologischer Anzeiger, 1931, 1-102; "Kapitelle des El Hasne in Petra", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 47, 1932, 77-105, e in Archäologischer Anzeiger, 1932, 38-89; "Eine Kapitellgruppe aus hadrianischer Zeit", in Archäologischer Anzeiger, 1933, 408-419; "Tarentiner Kapitelle", in Archäologischer Anzeiger, 1934, 10-17; "Einige Spielarten von Pilasterkapitellen", in Archäologischer Anzeiger, 1934, 17-50.
  16. L.FAGERLIND, "The Transformation of the Corinthian Capital in Rome and Pompei during the Later Republican Period", in Corolla Archeologica principi hereditaris regni Sueciae Gustavo Adolpho dedicata, London 1932, 118-131.
  17. D. SCHLUMBERGER, "Les formes anciennes du chapiteau corinthien en Syrie, en Palestine et en Arabie", in Syria, 14, 1933, 283-317.
  18. R. KAUTZSCH, Kapitellstudien. Beiträge zu einer Geschchte des spätantiken Kapitells im Osten vom vierten bis ius siebente Jahrhundert, Berlin-Leipzig 1936; "Die römische Schmuckkunst in Stein", in Römische Jahrbuch für Kunstgeschichte, 3, 1939, 3 ss.; Die langobard Schmuckkunst in Oberitalien", in Römische Jahrbuch für Kunstgeschichte, 5, 1941, 3 ss. (biografia di Rudolf Kautzsch sulla Wikipedia in tedesco).
  19. H. KÄHLER, Die römischen Kapitelle des Rheingebietes, Berlin 1939 (bibliografia di Heinz Kähler sulla Wikipedia in lingua inglese).
  20. H. KÄHLER, "Die Porta Aurea in Ravenna", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung), 50, 1935, 221 ss.; "Dekorative Arbeiten aus der Werkstatt des Kostantins-bogen", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 51, 1936, 180-201; "Die Sonnentempel Arelians", in Römische Mitteilungen, 52, 1937, 94-105; "Zu den Spolien im Bapisterium der Lateranbasilika, in Römische Mitteilungen, 52, 1937, 106-118.
  21. P. H. VON BLANKENHAGEN, Flavische architektur und ihre Dekoration untersucht am Nervaforum, Berlin 1940 (biografia di Peter Heinrich von Blanckenhagen sulla Wikipedia in lingua inglese). Vedi commento di W. D. HEILMEYER, Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration, (Römische Mitteilungen, suppl. 16), 1970, 11.
  22. G. CRESSEDI, "Per la realizzazione del corpus dei capitelli", in Atti del V convegno nazionale di Storia dell'architettura, Perugia 1948.
  23. V. SCRINARI, "Studi particolari nell'ambito del corpus dei capitelli. I capitelli di Spalato", in Atti del V convegno nazionale di Storia dell'architettura, Perugia 1948, 87-94; I capitelli romani di Aquileia, Padova 1952; I capitelli romani della Venezia Giulia e dell'Istria, Roma 1956 (recensione di D. E. STRONG in Journal of Roman Studies, 47, 1957, 266 ss.); G. G. BELLONI, I capitelli romani di Milano, Padova 1958.
  24. J. M. C. TOYNBEE, J. B. WARD PERKINS, "Peopled Scrolls: a Hellenistic Motif in Imperial Art", in British School at Rome. Papers, 18, 1950, 1 ss (Biografia di Jocelyn Mary Catherine Toynbee e di John Bryan Ward Perkins sulla Wikipedia in lingua inglese).
  25. H. KÄHLER, Die Gebälke des Kostantinsbogens (Römische Gebälke, II, 2,2), Heidelberg, 1953.
  26. T. KRAUS, Die Ranken der Ara Pacis. Ein Beitrag zur Entwicklungsgeschichte der augusteischen Ornamentik, Berlin 1953 (E. WILL, recensione, in Syria, 31,3-4, 1954, 325-327, on-line sul sito Persee.fr); "Ornamentfriese vom Augustusforum", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung), 1953, 46-57. Dello stesso autore è anche, in epoca successiva, uno studio sullo sviluppo della decorazione architettonica in età ellenistica ("Uberlegungen zum Bauornament", in Hellenismus in Mittelitalien (congresso Göttingen, 1974), II, Göttingen 1976, 455-476).
  27. D. E. STRONG, "Late Hadrianic Architectural Ornament in Rome", in British School at Rome. Papers, 21, 1953, 118-151 (sintesi su questo sito).
  28. D. E. STRONG, "Some early examples of the composite capital", in Journal of Roman Studies, 50, 1960, 119-128 (sintesi in questo sito); D. E. STRONG, J. B. WARD PERKINS "The Round Temple in the Forum Boarium", in British School at Rome. Papers, 28, 1960, 7-32; D. E. STRONG, J. B. WARD PERKINS, "The Temple of Castor in the Forum Romanum", in British School at Rome. Papers, 30, 1962, 1-30 (sintesi su questo sito); D. E. STRONG, "Some observations on early roman corinthian", in Journal of Roman Studies, 53, 1963, 73-84 (sintesi in questo sito).
  29. M. WEGNER, Ornamente kaiserzeitlichen Bauten Roms. Soffitten, Köln-Gratz 1957; Schmuckbasen des antiken Rom, Münster, 1966. Dello stesso autore anche uno studio sull'arco dei Sergi a Pola ("Kapitelle und friese vom Bogen der Sergier zu Pola", in Bonner Jahrbücher, 161, 1961, 263-276) e una raccolta dei lacunari decorati datati dell'Asia Minore ("Soffitten von Ephesos und Asia Minor", in Jahreshefte des Österreichischen Archäologischen Institutes in Wien , 52, 1978-80, 91-107); altri studi più tardi hanno riguardato la basilica Emilia e i [http://it.wikipedia.org/wiki/Rostri rostra del Foro Romano ("Bauschmuck der Basilica Aemilia am Forum Romanum", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts. Römische Abteilung), 94, 1987; "Gebälk von der Rostra am Forum Romanum", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts. Römische Abteilung), 94, 1987).
  30. Secondo lo Strong (D. E. STRONG, "Roman Decorated Column Bases" (recensione a M. WEGNER Schmuckbasen des antiken Rom, Münster, 1966), in The Classical Review, 17, 1967, 205-207), il metodo dell'autore per arrivare a tali datazioni tarde non sarebbe corretto: il catalogo non è completo e non è data la giusta considerazione al confronto dei particolari decorativi con quelli di monumenti sicuramente datati.
  31. L.T. SHOEEtruscan and Republican Roman Mouldings (Memoirs of the American Academy in Rome, 28), 1965 (biografia di Lucy T. Shoe sulla Wikipedia in inglese). Della stessa autrice sono anche studi precedenti sulle modanature della Grecia e della Magna Grecia, analoghi a quello successivo (Profiles of Greek Mouldings, Cambridge (Massachusetts) 1936; Profiles of Western Greek Mouldings, Rome 1952), e sulle basi ioniche ("The Roman Ionic Base in Corinth", in Essays in memory of K.Lehman, New York 1964, 300-303 e (con la firma L. SHOE MERRIT), "The geographical distribution of greek and roman ionic bases", in Hesperia, 39, 1969, 186-204; "Some ionic architectural fragments from the Athenian Agora", in Studies in Athenian Architecture, Sculpture and Topography èresented to Homer A. Thompson (Hesperia supplements, 20), Athens 1982, 192-205). Una riedizione recente dello studio sulle modanature repubblicane è L.T. SHOE MERRIT, I. E. M. EDLUND-BERRY, Etruscan and Republican Roman mouldings. A reissue (University Museum Monograph, 107), 2000 (recensione di P. D. Scotton, in Bryn Mawr Classical Review, 2003.05.05). (
  32. *E. VON MERCKLIN, Antike Figuralkapitelle, Berlin 1962 (raccolta delle recensioni su questo sito).
  33. C. BÖRKER, Blattkelchkapitelle. Untersuchungen zur kaiserzeitlichen Arkitekturornamentik in Greichland, Berlin 1965 (biografia di Christoph Börker sulla Wikipedia in lingua tedesca).
  34. W. D. HEILMEYER, Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration, (Römische Mitteilungen, suppl. 16), 1970 (biografia di Wolf Dieter Heilmeyer sulla Wikipedia in lingua tedesca]).
  35. C. F. LEON, Die Bauornamentik des Trajansforum und ihre Stellung in der früh-und mittelkaiserzeitlichen Architekturdekoration Rom, Wien-Köln-Gratz 1971 (biografia di Christoph F. Leon sulla Wikipedia in lingua tedesca). Vedi recensione di P. GROS, in Latomus32, 1973, p.917. Sulla decorazione del Foro di Traiano era comparso una precedente e incompleta raccolta di Maria Elena Bertoldi (M. E. BERTOLDI, Ricerche sulla decorazione del Foro di Traiano (Studi miscellanei, 3), Roma 1960-1961), nella quale l'autrice riconosceva l'importanza di non basarsi solo sulla tipologia schematica, ma anche sullo stile e sulla resa delle decorazioni.
  36. Tra gli studi più specificatamente interessati alla decorazione architettonica si citano: A. FROVA, Luni, Parma, Velleia. Ricerche sulla decorazione architettonica romana, Milano 1968; G. CONTI, Decorazione architettonica della Piazza d'Oro a Villa Adriana, Roma 1970 (con recensione di P. GROS, in Latomus, 33, 1974, che giudica lo studio piuttosto incompleto); M. MONTAGNA PASQUINUCCI, La decorazione architettonica del tempio del Divo Giulio nel Foro Romano (Monumenti Antichi dell'Accademia Nazionale dei Lincei, I.4 48), Roma 1973; F. MAGI, "I marmi del teatro di Domiziano a Castelgandolfo", in Atti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia. Rendiconti, (serie III), 46, 1973-1974, 63-77.
  37. P. PENSABENE, F. ZEVI, "Un arco in onore di Caracalla ad Ostia", in Atti della Accademia nazionale dei Lincei. Rendiconti. Classe di scienze morali storiche e filologiche, serie 8, 26, 1971, 481-523 (breve sintesi su questo sito).
  38. P. PENSABENE, "Un'officina greca per gli elementi decorativi architettonici dell'anfiteatro di Lecce", in Ricerche e studi (Quaderno del Museo archeologico provinciale "Francesco Ribezzo" di Brindisi), 6, 1972, 9-39.
  39. P. PENSABENE, "Considerazioni sul trasporto dei manufatti marmorei in età imperiale a Roma e in altri centri occidentali", in Dialoghi di archeologia, 6, 1972, 317-362.
  40. P. PENSABENE, Scavi di Ostia VII: I capitelli, Roma 1973.
  41. *B. WESENBERG, Kapitelle und Basen. Beobachtungen zur Entstehung der grieschischen Säulenformen, (Beiheft der Bonner Jahrbücher 32), Düsseldorf, 1971; "Kymation und astragal", in Marburger Winckelmann-Programm, 1971-72, 1-13; "Die Säulenbasis des Mars-Ultor Tempels", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 99, 1984, 161-171.
  42. G. GULLINI, "Sull'origine del fregio dorico", in Memorie dell'Accademia delle scienze di Torino, IV, 31, 1974 (biografia di Giorgio Gullini sulla Wikipedia in lingua italiana). La tesi di Gullini consiste nell'idea che i gusti dei costruttori contribuirebbero a determinare conseguenti soluzioni costruttive, in opposizione sia alla spiegazione data da Vitruvio, sia all'ipotesi di una pura astrazione decorativa senza alcuna funzione tettonica. Da citare inoltre Guido Rosada, sull'ordine tuscanico (G. ROSADA, "La tipologia e il significato dell' "ordine tuscanico" nell'architettura di Roma", in Atti dell'istituto veneto di scienze, lettere e arti, 79, 1970-71, 65-110).
  43. *H. BAUER, Das korintische Kapitelle des 4. und 3 Jahrhunderts v.Chr. (Athenischen Mitteilungen Beiheft, 3), Berlin 1973, e il precedente "Das Kapitell des Apollo Palatinus-Tempels", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung), 76, 1969, 183-204.
  44. J. J. HERRMANN, The Schematic Composite Capital: a Study of Architectural Decoration at Rome in the Later Empire, Ann Arbor 1974.
  45. S. NEU, Römische Ornament. Stadtrömische Marmorgebälke aus der Zeit von Septimius Severus bis Kostantin, Cösfeld 1972 (sintesi su questo sito).
  46. P. GROS, Aurea Templa. Recherches sur l'architecture religieuse de Rome á l'epoque d'Auguste (Bibliothèque des Ecoles françaises d'Athènes et de Rome 231) Rome 1976.
  47. P. GROS, R. AMY, La Maison Carrée de Nîmes (Gallia, Suppl., 38), Paris 1979. Si era già occupato delle influenze ellenistico-orientali sugli edifici augustei della Narbonense("Traditions hellénistiques d'Orient dans le décor architectural des Temples romains de Gaule Narbonnaise", in La Gallia romana (congresso Accademia dei Lincei, Roma 1971), Roma 1973, 167-181), e in seguito prese in esame anche i templi di Glanum ("Les temples géminés de Glanum. Etude preliminaire", in Revue archéologique de Narbonnaise, 14, 1981, 125-158).
  48. P. GROS, "Entablements modillonnaires d'Afrique au IIe s. apr. J.-C. (À propos de la corniche des temples du Forum de Rougga)", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung), 85, 1978, 459-476. L'autore ha notato come esempi africani mancassero nei cataloghi di Leon e di Heilmeyer e come l'unico studio importante fosse quello sui capitelli tuscanici della Tunisia (A. LÉZINE, A. MERLIN, P.POINSSOT, "Chapiteaux toscans trouvés en Tunisie", in Karthago, 6, 1956, 11-19). In seguito si ebbero le pubblicazioni di Pensabene su Cherchell (P. PENSABENE, Les chapiteaux de Cherchell. Étude de la décoration architectonique (Bulletin d’archéologie algérienne, supplément 3), Alger 1982; "La decorazione architettonica di Cherchel: cornici, architravi, soffitti, basi e pilastri", in 150-Jahr-Feier Deutsches Archäologisches Institut Rom (Römische Mitteilungen, suppl.25), Roma 1982, 116-169) e di Noureddine Harrazi sui capitelli reimpiegati nella moschea di Kairouan (N .HARRAZI, Chapiteaux de la grande Mosquée de Kairouan, Tunis 1982), nel quale l'autore ha tentato di individuare le officine e di distinguere la committenza pubblica e privata piuttosto che trattare dei problemi di cronologia e di storia dell'arte.