Differenze tra le versioni di "Studi / Storia degli studi"

Da DecArch - Decorazione architettonica romana.
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La questione più dibattuta rimase quella dell'individuazione dell'influsso orientale e greco sull'arte romana, a cui il Riegl aveva rivendicato caratteristiche e peculiarità autonome. Edmund Weigand <ref>E. W<small>EIGAND</small>, "Baalbeck und Rom. Die römische Reichkunst in ihren Entwicklung und Differenzierung", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 29, 1914, 37-91; ''Das göldene or in Kostantinopel'' in ''Athenischen Mitteilungen'' (''Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Athenische Abteilung''), 39, 1914, 1-64; ''Vorgeschichte der korintischen Kapitelle'', Würzburg 1920; "Propylon und Bügentor in der östlichen Reichkunst, ausgehend vom Mithridatestor in Ephesos", in Wiener Jährbuch für Kunstgeschichte'', 5, 1928, 71-114; "Die Stellung Dalmatiens in der römischen Reichskunst", in ''Strena Buliciana. Festschrift zu Ehren von Franz Bulic'', Zagabr-Split 1924, 77-105. Vedi in merito ai capitelli il commento di W. D. H<small>EILMEYER</small>, ''Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration'', (''Römische Mitteilungen'', suppl. 16), 1970, p.10.</ref>, partendo da evidenti divergenze in esempi contemporanei, spiegabili solo con il collegamento a diversi stili locali, riconobbe la diversità nei modi di espressione tra le due metà dell'impero romano, contrapponendosi per primo all'immagine, fino ad allora predominante, di uno sviluppo artistico lineare, nel quale ciascuna forma dovesse seguire tutte le forme precedenti e introdurre tutte le forme seguenti. Weigand tentò dunque di risalire alla costituzione, sia a Roma che in Oriente, della tipologia di forme decorative passate quindi  anche nelle province, individuando le peculiarità dei capitelli corinzi asiatici. Riconobbe una funzione di guida allo studio dei capitelli corinzi, i cui motivi decorativi variavano lentamente e sulla base di una struttura sempre fondamentalmente uguale dall'età ellenistica al tardo-impero.
 
La questione più dibattuta rimase quella dell'individuazione dell'influsso orientale e greco sull'arte romana, a cui il Riegl aveva rivendicato caratteristiche e peculiarità autonome. Edmund Weigand <ref>E. W<small>EIGAND</small>, "Baalbeck und Rom. Die römische Reichkunst in ihren Entwicklung und Differenzierung", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 29, 1914, 37-91; ''Das göldene or in Kostantinopel'' in ''Athenischen Mitteilungen'' (''Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Athenische Abteilung''), 39, 1914, 1-64; ''Vorgeschichte der korintischen Kapitelle'', Würzburg 1920; "Propylon und Bügentor in der östlichen Reichkunst, ausgehend vom Mithridatestor in Ephesos", in Wiener Jährbuch für Kunstgeschichte'', 5, 1928, 71-114; "Die Stellung Dalmatiens in der römischen Reichskunst", in ''Strena Buliciana. Festschrift zu Ehren von Franz Bulic'', Zagabr-Split 1924, 77-105. Vedi in merito ai capitelli il commento di W. D. H<small>EILMEYER</small>, ''Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration'', (''Römische Mitteilungen'', suppl. 16), 1970, p.10.</ref>, partendo da evidenti divergenze in esempi contemporanei, spiegabili solo con il collegamento a diversi stili locali, riconobbe la diversità nei modi di espressione tra le due metà dell'impero romano, contrapponendosi per primo all'immagine, fino ad allora predominante, di uno sviluppo artistico lineare, nel quale ciascuna forma dovesse seguire tutte le forme precedenti e introdurre tutte le forme seguenti. Weigand tentò dunque di risalire alla costituzione, sia a Roma che in Oriente, della tipologia di forme decorative passate quindi  anche nelle province, individuando le peculiarità dei capitelli corinzi asiatici. Riconobbe una funzione di guida allo studio dei capitelli corinzi, i cui motivi decorativi variavano lentamente e sulla base di una struttura sempre fondamentalmente uguale dall'età ellenistica al tardo-impero.
  
L'interesse per lo studio dei capitelli, connesso alla questione degli influssi provenienti da Oriente nell'Italia repubblicana, si manifestò ancora negli studi di Margarete Gütschow e di Richard Delbrück. La prima<ref>M. G<small>ÜTSCHOW</small>, "Untersuchungen zum korintischen Kapitelle", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 36, 1921, 44-83.</ref>trattava del primo capitello corinzio conosciuto, quello del [http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_di_Apollo_Epicurio tempio di Apollo a ''Bassae''], opera di Ictino, e dell'inizio dell'utilizzo del capitello corinzio a Roma nel I secolo a.C., per il quale riconobbe l'importante ruolo svolto dall'[http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_di_Zeus_Olimpio Olympeion] di Atene nell'elaborazione del tipo classico del capitello corinzio occidentale. Il secondo<ref>[http://de.wikipedia.org/wiki/Richard_Delbrueck Biografia di Richard Delbrück] sulla Wikipedia in tedesco.</ref> individuò, nell'ambito dell'architettura ellenistica nel Lazio, le caratteristiche delle forme italiche di capitelli (ionico italico e corinzio italico); attribuì inoltre un'origine orientale (dalle ''Sparrengeisa'') al tipo delle cornici con mensole, che iniziarono a diffondersi in Italia in questo periodo, ma si svilupparono nella loro forma canonica solo più tardi.
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L'interesse per lo studio dei capitelli, connesso alla questione degli influssi provenienti da Oriente nell'Italia repubblicana, si manifestò ancora negli studi di Margarete Gütschow e di Richard Delbrück. La prima<ref>M. G<small>ÜTSCHOW</small>, "Untersuchungen zum korintischen Kapitelle", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 36, 1921, 44-83.</ref> trattava del primo capitello corinzio conosciuto, quello del [http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_di_Apollo_Epicurio tempio di Apollo a ''Bassae''], opera di Ictino, e dell'inizio dell'utilizzo del capitello corinzio a Roma nel I secolo a.C., riconoscendo l'importante ruolo svolto dall'[http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_di_Zeus_Olimpio Olympeion] di Atene nell'elaborazione del tipo classico del capitello corinzio occidentale. Il secondo<ref>R. D<small>ELBRÜCK</small>, ''Hellenistische Bauten in Latium'' I-II, Strassburg 1907-1912 ([http://de.wikipedia.org/wiki/Richard_Delbrueck Biografia di Richard Delbrück] sulla Wikipedia in tedesco).</ref> individuò, nell'ambito dell'architettura ellenistica nel Lazio, le caratteristiche delle forme italiche di capitelli (ionico italico e corinzio italico); attribuì inoltre un'origine orientale (dalle ''Sparrengeisa'') al tipo delle cornici con mensole, che iniziavano a diffondersi in Italia in questo periodo, ma si svilupparono nella loro forma canonica solo più tardi.
  
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Fritz Töbelmann si occupò delle trabeazioni degli edifici di Roma tardo repubblicani e imperiali, disegnandone i profili e le sezioni di ogni modanatura: dopo la sua morte nel 1914, nel corso della prima guerra mondiale, una fondazione si occupò di pubblicarne l'opera<ref>F. T<small>ÖBELMANN</small>, ''Römische Gebälke'', Heidelberg 1923 (l'opera venne pubblicata a cura di H. Hülsen e di E. Fiechter).</ref>, che oltre a fornire ampio materiale agli studiosi, si proponeva nel testo di fissare cronologicamente attraverso esempi datati l'evoluzione della decorazione (in quest'ambito Töbelmann si oppose ad esempio sulla base della decorazione alla datazione traiano-adrianea del [http://it.wikipedia.org/wiki/Tempio_dei_Dioscuri tempio dei Dioscuri] nel Foro Romano e della [http://it.wikipedia.org/wiki/Basilica_Emilia Basilica Emilia]) e trattava anche di questioni topografiche e di ricostruzione, oltre a fornire brevi note stilistiche, come il riconoscimento del classicismo augusteo e traianeo.
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Konstantin Ronczewski pubblicò diversi studi sui capitelli<ref>K. R<small>ONCWEWSKI</small>, "Variantes de chapiteaux romains", in ''Acta Universitatis Latviensis'', 8, 1923, 115-174; "Deux chapiteaux du musée de Nimes et le chapiteau de l'Arco dei Leoni à Vérone", in ''Acta Universitatis Latviensis'', 11, 1924, 267; "Description des chapiteaux corinthiens et variés du Musée d'Alexandrie", in ''Acta Universitatis Latviensis'', 16, 1927, 3-32; "Kapitelle aus Tarent", in ''Archäologischer Anzeiger'', 1927, 263-296; "Kapitelle aus Tarent in Museum von Bari", in ''Archäologischer Anzeiger, 1928'', 29; "Seltene Kapitellformen", in ''Archäologischer Anzeiger'', 1928, 41; "Römische Kapitelle mit pflanzlischen Voluten", in ''Archäologischer Anzeiger'', 1931, 1-102; "Kapitelle des El Hasne in Petra", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 47, 1932, 77-105, e in ''Archäologischer Anzeiger'', 1932, 38-89; "Eine Kapitellgruppe aus hadrianischer Zeit", in ''Archäologischer Anzeiger'', 1933, 408-419; "Tarentiner Kapitelle", in ''Archäologischer Anzeiger'', 1934, 10-17; "Einige Spielarten von Pilasterkapitellen", in ''Archäologischer Anzeiger'', 1934, 17-50.</ref>, interessandosi di volta in volta dei capitelli di Alessandria, di Taranto e di Petra, attraverso i quali tentò di stabilire una tipologia che seguisse l'evoluzione degli elementi costitutivi del capitello romano e definendo le varianti dei capitelli corinzieggianti. Lars Fagerlind<ref>L.F<small>AGERLIND</small>, "The Transformation of the Corinthian Capital in Rome and Pompei during the Later Republican Period", in ''Corolla Archeologica principi hereditaris regni Sueciae Gustavo Adolpho dedicata'', London 1932, 118-131.</ref> affinò la tipologia del capitello corinzio italico, distinguendo, con una articolazione in seguito superata, tre tipi, l'ultimo dei quali suddiviso cronologicamente in tre varianti che culminavano in epoca augustea. Daniel Schlumberger<ref>D. S<small>CHLUMBERGER</small>, "Les formes anciennes du chapiteau corinthien en Syrie, en Palestine et en Arabie", in ''Syria'', 14, 1933, 283-317.</ref> delineò lo sviluppo del capitello corinzio in Siria, Palestina e Arabia nell'ambito dei suoi studi sull'Oriente ellenizzato. Rudolf Kautzsch<ref>R. K<small>AUTZSCH</small>, ''Kapitellstudien. Beiträge zu einer Geschchte des spätantiken Kapitells im Osten vom vierten bis ius siebente Jahrhundert'', Berlin-Leipzig 1936; "Die römische Schmuckkunst in Stein", in ''Römische Jahrbuch für Kunstgeschichte'', 3, 1939, 3 ss.; Die langobard Schmuckkunst in Oberitalien", in ''Römische Jahrbuch für Kunstgeschichte'', 5, 1941, 3 ss. ([http://de.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Kautzsch biografia di Rudolf Kautzsch] sulla Wikipedia in tedesco).</ref> si occupò dei capitelli tardo-antichi, delineando l'evoluzione dei capitello bizantini e corinzi nelle varie regioni dell'impero ed elaborando una nuova classificazione tipologica. Heinz Kähler<ref>H. K<small>ÄHLER</small>, ''Die römischen Kapitelle des Rheingebietes'', Berlin 1939 ([http://en.wikipedia.org/wiki/Heinz_K%C3%A4hler bibliografia di Heinz Kähler] sulla Wikipedia in lingua inglese).</ref> si occupò dei capitelli rinvenuti nelle località romane del ''limes'' renano, determinandone una sequenza cronologica precisa per la prima età imperiale e definendo le caratteristiche dei capitelli tardo-repubblicani e primo-augustei e, in particolare, individuando un gruppo con specifici caratteri propri prodotto durante il periodo del secondo triumvirato. Questo lavoro impostò una metodologia per lo studio dei capitelli e inserì nel dibattito scientifico le questioni del rapporto tra Roma e le province e delle peculiarità dello stile provinciale, oltre a riprende la questione già dibattuta degli influssi orientali in Occidente. Kähler si occupò inoltre anche di altri elementi della decorazione architettonica, trattando la decorazione di singoli edifici e problemi di reimpiego<ref>H. K<small>ÄHLER</small>, "Die Porta Aurea in Ravenna", in ''Römische Mitteilungen'' (''Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung''), 50, 1935, 221 ss.; "Die Sonnentempel Arelians", in ''Römische Mitteilungen'', 52, 1937, 94-105; "Zu den Spolien im Bapisterium der Lateranbasilika, in ''Römische Mitteilungen'', 52, 1937, 106-118. Si occupò inoltre dell'[http://it.wikipedia.org/wiki/Arco_di_Costantino arco di Costantino] con "Dekorative Arbeiten aus der Werkstatt des Kostantins-bogen", in ''Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts'', 51, 1936, 180-201 e soprattutto, in segutio, con un secondo volume che proseguiva la raccolta del Töbelmann: ''Die Gebälke des Kostantinsbogens'' (''Römische Gebälke'', II, 2,2), Heidelberg, 1953.</ref>.
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Nel 1940 fu pubblicata la fondamentale opera di Peter Heinrich von Blanckenhagen sul Foro di Nerva<ref>P. H. <small>VON</small> B<small>LANKENHAGEN</small>, ''Flavische architektur und ihre Dekoration untersucht am Nervaforum'', Berlin 1940 ([http://en.wikipedia.org/wiki/Peter_von_Blanckenhagen biografia di Peter Heinrich von Blanckenhagen] sulla Wikipedia in lingua inglese). Vedi commento di W. D. H<small>EILMEYER</small>, ''Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration'', (''Römische Mitteilungen'', suppl. 16), 1970, 11.</ref>, che a partire da un monumento sicuramente datato, si occupava della definizione dello stile della decorazione a Roma in età flavia. L'autore dava importanza alla comprensione di una modanatura per mezzo della critica stilistica della sua decorazione, piuttosto che all'esame dei suoi profili e delle sue proporzioni. Le differenze stilistiche così individuate, tra gruppi di decorazioni di diverso impiego, ma vicine nello spazio e nel tempo venivano spiegate come conseguenza del diverso "genere" dell'edificio di appartenenza (''Gattungstile''), ponendo in tal modo le basi all'idea che officine con differenti modi di realizzazione possano lavorare contemporaneamente, e talora nell'ambito del medesimo complesso architettonico, e che quindi la decorazione non si fosse evoluta in modo lineare, ma presentasse piuttosto, anche nello stesso periodo, caratteristiche tradizionali e innovazioni.
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Nel dopoguerra gli studiosi italiani avvertirono l'esigenza di un corpus che raccogliesse i capitelli dispersi nelle varie città, in modo da fornire una base di materiale pubblicato per ulteriori ricerche<ref>G. C<small>RESSEDI</small>, "Per la realizzazione del corpus dei capitelli", in ''Atti del V convegno nazionale di Storia dell'architettura'', Perugia 1948.</ref> e negli anni '50 uscirono una serie di raccolte, relative soprattutto ai capitelli dell'Italia settentrionale, ad opera di Valnea Scrinari e di Gian Guido Belloni<ref>V. S<small>CRINARI</small>, "Studi particolari nell'ambito del corpus dei capitelli. I capitelli di Spalato", in ''Atti del V convegno nazionale di Storia dell'architettura'', Perugia 1948, 87-94; ''I capitelli romani di Aquileia'', Padova 1952; ''I capitelli romani della Venezia Giulia e dell'Istria'', Roma 1956 (recensione di D. E. S<small>TRONG</small> in ''Journal of Roman Studies'', 47, 1957, 266 ss.); G. G. B<small>ELLONI</small>, ''I capitelli romani di Milano'', Padova 1958.</ref>, che affrontavano i problemi connessi con la datazione di un materiale disperso, non direttamente confrontabile con quello meglio conosciuto di Roma e per il quale si poneva la duplice questione di identificarne la posizione cronologica e culturale, quest'ultima spesso sfasata rispetto al calendario per la presenza di persistenze e di innovazioni peculiari dell'arte provinciale. In questi studi una particolare attenzione veniva posta nell'individuazione degli influssi incrociati tra Roma e i centri provinciali, arrivando ad individuare una sostanziale unità stilistica dell'Italia settentrionale in diretta dipendenza da Roma e apparentemente priva di contatti con le zone transalpine o con l'Oriente. I capitelli del corpus erano tuttavia studiati avulsi dal loro eventuale contesto di appartenenza e dunque privi di una parte notevole dei dati che avrebbero potuto fornire. La classificazione proposta era quella tradizionale (capitelli dorici con echino liscio o decorato, capitelli ionici a due o a quattro volute, capitelli corinzi e compositi ad acanto semplice, ad acanto molle o ad acanto spinoso, o ancora a foglie lisce).
 
   
 
   
 
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[[Immagine:FirenzePalazzoStrozziCornicioneCronaca1502.jpg|thumb|right|150px|Cornicione di palazzo Strozzi di Firenze (Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, 1502), ripreso da una cornice disegnata dall'architetto nel Foro di Traiano.]]<references/>
 
[[Immagine:FirenzePalazzoStrozziCornicioneCronaca1502.jpg|thumb|right|150px|Cornicione di palazzo Strozzi di Firenze (Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, 1502), ripreso da una cornice disegnata dall'architetto nel Foro di Traiano.]]<references/>

Versione delle 10:51, 19 dic 2009

In corso

I primi ad interessarsi della decorazione architettonica dei monumenti antichi sono stati gli artisti del Rinascimento, i quali ci hanno lasciato numerose raccolte di disegni che riproducono i frammenti architettonici visibili ai loro tempi, sia nelle varie collezioni di antichità, sia ancora in situ nei resti degli edifici ai quali appartenevano, e talvolta appena estratti casualmente dal terreno. Il loro scopo era comunque quello di costituire un repertorio di opere di arte antica a cui ispirarsi come modelli per le realizzazioni contemporanee[1] e non quello dello studio storico di esse. Anche se tali raccolte costituiscono per noi una documentazione preziosa, non sempre i frammenti visti furono disegnati con precisione. Grazie a Vitruvio, si conoscevano i diversi ordini architettonici, ma non si aveva idea dell'evoluzione della decorazione dall'età greca a quella imperiale romana.

Il concetto di evoluzione stilistica continuerà a mancare anche agli architetti e studiosi ottocenteschi che si occuparono della ricostruzione dei monumenti antichi. Luigi Canina (1795-1856)[2], ad esempio, ricostruisce con i frammenti architettonici noti visioni fantasiose degli edifici antichi, corrispondenti al gusto dell'epoca, e giudica le trabeazioni in base alla loro maggiore o minore "bellezza ed eleganza", conformemente a quanto accadeva nei contemporanei studi archeologici.

A partire dalla fine dell'Ottocento si cercò di ricostruire l'origine delle diverse forme che caratterizzavano gli ordini architettonici[3], via via individuata nel loro significato simbolico[4], nel trasferimento in pietra delle originarie strutture lignee, con fome dettate dalla loro funzione strutturale e che per naturale evoluzione avrebbero dato origine ai diversi ordini[5], oppure nell'ispirazione ad elementi propri di altre regioni del mondo antico[6], o ancora di ispirazione naturalistica[7].

Alois Riegl (1858-1905)[8] superò il concetto di decadenza dell'arte dopo l'epoca classica greca, sostituendovi il concetto di "gusto" e di Kunstwollen (volontà artistica), espresso a suo modo da ogni epoca e realizzato, con risultati più o meno riusciti, nelle manifestazioni artistiche di ciascuna. Franz Studniczka (1860-1929)[9] riconobbe l'importanza della decorazione per l'inquadramento cronologico e stilistico dei monumenti e tentò di individuare le diverse caratteristiche della decorazione occidentale e orientale, occupandosi anche della questione degli origine greca o italica dei motivi decorativi. Le ricerche in merito ad una classificazione tipologica e cronologica dei materiali, che potesse chiarire caratteri e criteri dei cambiamenti stilistici, iniziarono agli inizi del Novecento con l'opera di Carl Weickert (1885-1975)[10], che trattava delle origini e delle trasformazioni del kyma lesbio, portando a conoscenza degli studiosi diverso materiale inedito. Nel breve sguardo gettato dall'autore sull'età romana, si individuava la perdita in quest'epoca dell'unità greca tra profilo e decorazione di una modanatura, riconoscendo inoltre il classicismo dell'età traianea, ricondotto ad una reazione alle caratteristiche della decorazione flavia. La nomenclatura che adotta per la sua classificazone tipologica del kyma lesbio (naturalistiche Schema, halbögen Schema e bandformiges Schema) continuerà ad essere utilizzata anche in seguito.

La questione più dibattuta rimase quella dell'individuazione dell'influsso orientale e greco sull'arte romana, a cui il Riegl aveva rivendicato caratteristiche e peculiarità autonome. Edmund Weigand [11], partendo da evidenti divergenze in esempi contemporanei, spiegabili solo con il collegamento a diversi stili locali, riconobbe la diversità nei modi di espressione tra le due metà dell'impero romano, contrapponendosi per primo all'immagine, fino ad allora predominante, di uno sviluppo artistico lineare, nel quale ciascuna forma dovesse seguire tutte le forme precedenti e introdurre tutte le forme seguenti. Weigand tentò dunque di risalire alla costituzione, sia a Roma che in Oriente, della tipologia di forme decorative passate quindi anche nelle province, individuando le peculiarità dei capitelli corinzi asiatici. Riconobbe una funzione di guida allo studio dei capitelli corinzi, i cui motivi decorativi variavano lentamente e sulla base di una struttura sempre fondamentalmente uguale dall'età ellenistica al tardo-impero.

L'interesse per lo studio dei capitelli, connesso alla questione degli influssi provenienti da Oriente nell'Italia repubblicana, si manifestò ancora negli studi di Margarete Gütschow e di Richard Delbrück. La prima[12] trattava del primo capitello corinzio conosciuto, quello del tempio di Apollo a Bassae, opera di Ictino, e dell'inizio dell'utilizzo del capitello corinzio a Roma nel I secolo a.C., riconoscendo l'importante ruolo svolto dall'Olympeion di Atene nell'elaborazione del tipo classico del capitello corinzio occidentale. Il secondo[13] individuò, nell'ambito dell'architettura ellenistica nel Lazio, le caratteristiche delle forme italiche di capitelli (ionico italico e corinzio italico); attribuì inoltre un'origine orientale (dalle Sparrengeisa) al tipo delle cornici con mensole, che iniziavano a diffondersi in Italia in questo periodo, ma si svilupparono nella loro forma canonica solo più tardi.

Fritz Töbelmann si occupò delle trabeazioni degli edifici di Roma tardo repubblicani e imperiali, disegnandone i profili e le sezioni di ogni modanatura: dopo la sua morte nel 1914, nel corso della prima guerra mondiale, una fondazione si occupò di pubblicarne l'opera[14], che oltre a fornire ampio materiale agli studiosi, si proponeva nel testo di fissare cronologicamente attraverso esempi datati l'evoluzione della decorazione (in quest'ambito Töbelmann si oppose ad esempio sulla base della decorazione alla datazione traiano-adrianea del tempio dei Dioscuri nel Foro Romano e della Basilica Emilia) e trattava anche di questioni topografiche e di ricostruzione, oltre a fornire brevi note stilistiche, come il riconoscimento del classicismo augusteo e traianeo.

Konstantin Ronczewski pubblicò diversi studi sui capitelli[15], interessandosi di volta in volta dei capitelli di Alessandria, di Taranto e di Petra, attraverso i quali tentò di stabilire una tipologia che seguisse l'evoluzione degli elementi costitutivi del capitello romano e definendo le varianti dei capitelli corinzieggianti. Lars Fagerlind[16] affinò la tipologia del capitello corinzio italico, distinguendo, con una articolazione in seguito superata, tre tipi, l'ultimo dei quali suddiviso cronologicamente in tre varianti che culminavano in epoca augustea. Daniel Schlumberger[17] delineò lo sviluppo del capitello corinzio in Siria, Palestina e Arabia nell'ambito dei suoi studi sull'Oriente ellenizzato. Rudolf Kautzsch[18] si occupò dei capitelli tardo-antichi, delineando l'evoluzione dei capitello bizantini e corinzi nelle varie regioni dell'impero ed elaborando una nuova classificazione tipologica. Heinz Kähler[19] si occupò dei capitelli rinvenuti nelle località romane del limes renano, determinandone una sequenza cronologica precisa per la prima età imperiale e definendo le caratteristiche dei capitelli tardo-repubblicani e primo-augustei e, in particolare, individuando un gruppo con specifici caratteri propri prodotto durante il periodo del secondo triumvirato. Questo lavoro impostò una metodologia per lo studio dei capitelli e inserì nel dibattito scientifico le questioni del rapporto tra Roma e le province e delle peculiarità dello stile provinciale, oltre a riprende la questione già dibattuta degli influssi orientali in Occidente. Kähler si occupò inoltre anche di altri elementi della decorazione architettonica, trattando la decorazione di singoli edifici e problemi di reimpiego[20].

Nel 1940 fu pubblicata la fondamentale opera di Peter Heinrich von Blanckenhagen sul Foro di Nerva[21], che a partire da un monumento sicuramente datato, si occupava della definizione dello stile della decorazione a Roma in età flavia. L'autore dava importanza alla comprensione di una modanatura per mezzo della critica stilistica della sua decorazione, piuttosto che all'esame dei suoi profili e delle sue proporzioni. Le differenze stilistiche così individuate, tra gruppi di decorazioni di diverso impiego, ma vicine nello spazio e nel tempo venivano spiegate come conseguenza del diverso "genere" dell'edificio di appartenenza (Gattungstile), ponendo in tal modo le basi all'idea che officine con differenti modi di realizzazione possano lavorare contemporaneamente, e talora nell'ambito del medesimo complesso architettonico, e che quindi la decorazione non si fosse evoluta in modo lineare, ma presentasse piuttosto, anche nello stesso periodo, caratteristiche tradizionali e innovazioni.

Nel dopoguerra gli studiosi italiani avvertirono l'esigenza di un corpus che raccogliesse i capitelli dispersi nelle varie città, in modo da fornire una base di materiale pubblicato per ulteriori ricerche[22] e negli anni '50 uscirono una serie di raccolte, relative soprattutto ai capitelli dell'Italia settentrionale, ad opera di Valnea Scrinari e di Gian Guido Belloni[23], che affrontavano i problemi connessi con la datazione di un materiale disperso, non direttamente confrontabile con quello meglio conosciuto di Roma e per il quale si poneva la duplice questione di identificarne la posizione cronologica e culturale, quest'ultima spesso sfasata rispetto al calendario per la presenza di persistenze e di innovazioni peculiari dell'arte provinciale. In questi studi una particolare attenzione veniva posta nell'individuazione degli influssi incrociati tra Roma e i centri provinciali, arrivando ad individuare una sostanziale unità stilistica dell'Italia settentrionale in diretta dipendenza da Roma e apparentemente priva di contatti con le zone transalpine o con l'Oriente. I capitelli del corpus erano tuttavia studiati avulsi dal loro eventuale contesto di appartenenza e dunque privi di una parte notevole dei dati che avrebbero potuto fornire. La classificazione proposta era quella tradizionale (capitelli dorici con echino liscio o decorato, capitelli ionici a due o a quattro volute, capitelli corinzi e compositi ad acanto semplice, ad acanto molle o ad acanto spinoso, o ancora a foglie lisce).

Note

Cornicione di palazzo Strozzi di Firenze (Simone del Pollaiolo, detto il Cronaca, 1502), ripreso da una cornice disegnata dall'architetto nel Foro di Traiano.
  1. Ad esempio il cornicione di palazzo Strozzi a Firenze, eseguito nel 1502 da Cronaca, riproduce una cornice del Foro di Traiano, e Vasari (1511-1574) riferisce "Questa cornice fu ritratta dal Cronaca e tolta e misurata a punto in Roma da una antica che si truova a Spogliacristo" (Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori, Cronaca. Architetto fiorentino (testo on-line su Wikisource).
  2. L. CANINA, Gli edifizi di Roma antica cogniti per alcune reliquie, descritti e dimostrati nella intera loro architettura, Roma 1848.
  3. Oltre alla bibliografia citata nelle note seguenti, vedi quella riportata in P. PENSABENE, Scavi di Ostia VII: I capitelli, Roma 1973, p.22, nota 6.
  4. J. I. HITTORFF, Recueil des monuments de Segeste et de Selinonte, Paris 1870 (biografia di Jakob Ignaz Hittorff, 1792-1867, su it.Wikipedia)
  5. C. CHIPIEZ, Histoire critique des origines et de la formation des ordres grecs, Paris 1876 (testo on-line su Archive.org; biografia di Charles Chipiez, 1835-1901, sulla Wikipedia in francese).
  6. O. PUCHSTEIN, Das ionische Kapitelle, Berlin 1897; O. PUCHSTEIN, Die ionische Säule als klassisches Bauglied orientalischer Herkunft (Sendschriften der Deutschen Orient-Gesellschaft, 4), Leipzig 1907 (testo on-line su Archive.org); (biografia di Otto Puchstein, 1856-1911, sul sito dell'ICEVO, Istituto di studi sulle civiltà dell'Egeo e del Vicino Oriente del CNR, Consiglio nazionale delle ricerche)
  7. T. HOMOLLE, "Origine du chapiteau corinthien", in Revue archéologique, 4, 1916, 17-60 (biografia di Théophile Homolle, 1848-1925, sulla Wikipedia in francese): Homolle si interessò delle origini dei tipi canonici del capitello ionico e corinzio, considerando la foglia d'acanto di derivazione naturalistica.
  8. A. RIEGL, Stilfragen, Berlin 1893; Spätrömische Kunstindustrie, Wien 1901 (R. BIANCHI BANDINELLI, Introduzione all'archeologia, Bari 1984, 110-111; biografia di Alois Riegl sulla Wikipedia in italiano).
  9. F. STUDNICZKA, "Tropaeum Traiani", in Abhandlungen der Sächsischen Akademie der Wissenschaften zu Leipzig. Philologisch-Historische Klasse, 22, 1904 (biografia di Franz Studniczka sulla Wikipedia inglese).
  10. C. WEICKERT, Das lesbische Kymation, Münich - Leipzig 1913 (biografia di Carl Weickert sulla Wikipedia in tedesco).
  11. E. WEIGAND, "Baalbeck und Rom. Die römische Reichkunst in ihren Entwicklung und Differenzierung", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 29, 1914, 37-91; Das göldene or in Kostantinopel in Athenischen Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Athenische Abteilung), 39, 1914, 1-64; Vorgeschichte der korintischen Kapitelle, Würzburg 1920; "Propylon und Bügentor in der östlichen Reichkunst, ausgehend vom Mithridatestor in Ephesos", in Wiener Jährbuch für Kunstgeschichte, 5, 1928, 71-114; "Die Stellung Dalmatiens in der römischen Reichskunst", in Strena Buliciana. Festschrift zu Ehren von Franz Bulic, Zagabr-Split 1924, 77-105. Vedi in merito ai capitelli il commento di W. D. HEILMEYER, Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration, (Römische Mitteilungen, suppl. 16), 1970, p.10.
  12. M. GÜTSCHOW, "Untersuchungen zum korintischen Kapitelle", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 36, 1921, 44-83.
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  18. R. KAUTZSCH, Kapitellstudien. Beiträge zu einer Geschchte des spätantiken Kapitells im Osten vom vierten bis ius siebente Jahrhundert, Berlin-Leipzig 1936; "Die römische Schmuckkunst in Stein", in Römische Jahrbuch für Kunstgeschichte, 3, 1939, 3 ss.; Die langobard Schmuckkunst in Oberitalien", in Römische Jahrbuch für Kunstgeschichte, 5, 1941, 3 ss. (biografia di Rudolf Kautzsch sulla Wikipedia in tedesco).
  19. H. KÄHLER, Die römischen Kapitelle des Rheingebietes, Berlin 1939 (bibliografia di Heinz Kähler sulla Wikipedia in lingua inglese).
  20. H. KÄHLER, "Die Porta Aurea in Ravenna", in Römische Mitteilungen (Mitteilungen des Deutschen Archäologischen Instituts, Römische Abteilung), 50, 1935, 221 ss.; "Die Sonnentempel Arelians", in Römische Mitteilungen, 52, 1937, 94-105; "Zu den Spolien im Bapisterium der Lateranbasilika, in Römische Mitteilungen, 52, 1937, 106-118. Si occupò inoltre dell'arco di Costantino con "Dekorative Arbeiten aus der Werkstatt des Kostantins-bogen", in Jahrbuch des Deutschen Archäologischen Instituts, 51, 1936, 180-201 e soprattutto, in segutio, con un secondo volume che proseguiva la raccolta del Töbelmann: Die Gebälke des Kostantinsbogens (Römische Gebälke, II, 2,2), Heidelberg, 1953.
  21. P. H. VON BLANKENHAGEN, Flavische architektur und ihre Dekoration untersucht am Nervaforum, Berlin 1940 (biografia di Peter Heinrich von Blanckenhagen sulla Wikipedia in lingua inglese). Vedi commento di W. D. HEILMEYER, Korintische Normalkapitelle. Studien zur Geschichte der römischen Architekturdekoration, (Römische Mitteilungen, suppl. 16), 1970, 11.
  22. G. CRESSEDI, "Per la realizzazione del corpus dei capitelli", in Atti del V convegno nazionale di Storia dell'architettura, Perugia 1948.
  23. V. SCRINARI, "Studi particolari nell'ambito del corpus dei capitelli. I capitelli di Spalato", in Atti del V convegno nazionale di Storia dell'architettura, Perugia 1948, 87-94; I capitelli romani di Aquileia, Padova 1952; I capitelli romani della Venezia Giulia e dell'Istria, Roma 1956 (recensione di D. E. STRONG in Journal of Roman Studies, 47, 1957, 266 ss.); G. G. BELLONI, I capitelli romani di Milano, Padova 1958.